Circolari dal 22-4-1992 al 1-9-1999

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RACCOLTA CIRCOLARI DAL 22-4-1992 AL 1-9-1999

 

 

 

 

«Io non sono solo» (Giovanni 16,32)

Dar es Salaam, 22-4-1992

Carissimi,

dopo qualche preannuncio, ecco la lettera che intende stabilire un contatto abbastanza regolare con voi, almeno per comunicarvi come si vede il mondo da questa prospettiva.

Probabilmente sapete già che il Consiglio generale dei miei frati ha deciso che il sottoscritto debba restare solo ad Izazi almeno fino al Capitolo del ’93. Proprio oggi partono da qua sia fra Paolo e fra Pietro che i nostri due postulanti tanzaniani (John e Cosmas), diretti in Italia. E’ una decisione che qua ha lasciato increduli un po’ tutti, tanto è singolare. Evidentemente riflette lo stato di “salute” del nostro Istituto in Europa, dove, proprio in questo scorcio di mese, si terranno un paio di giornate di revisione di vita comunitaria.

Personalmente, pur ritenendo si tratti di una decisione molto discutibile, credo non sia discutibile il piano di Dio che anche attraverso di essa si va manifestando, e che, attraverso ritardi postali e altre circostanze provvidenziali, ha fatto piovere proprio ora ad Izazi un bel gruppetto di vocazioni a quella forma di vita francescana africana intravista e in parte realizzata negli scorsi sette anni e mezzo. Così da ora la mia fraternità avrà un volto più locale, e non solo per il colore della pelle di 7 componenti su 8… Ringraziate tanto per me il buon Dio! Non sarebbe stato troppo facile per me vivere da solo, soprattutto in questo contesto e con tutti i bisogni che si vedono!

E’ chiaro che anche portare avanti la formazione di questi giovani (dai 18 ai 36 anni) è un impegno non da poco, ma troverò lo spazio, a costo di sacrificare molte delle altre attività. Perché sono loro il futuro di questa missione francescana, non sembrando ci sia troppo da aspettarsi dai confratelli d’Europa in questa direzione, nella quale invece va anche un altro gruppetto di 7 possibili vocazioni, questa volta femminili e originarie di questo villaggio. Dall’ottobre scorso, sotto la guida di Enea (la ricordate?) fanno vita comune in un’altra casetta di terra e paglia a 300 metri dalla nostra. E ora si preparano a ricevere la visita prolungata di due delle prime Sorelle Minori di S. Francesco, residenti a Tusa, in provincia di Messina.

Come vedete, la speranza non muore mai in questo continente della più estrema povertà! Tanto meno in questo periodo in cui le celebrazioni pasquali fanno esultare il cuore di chi, come l’Africano, ama e apprezza la vita. Come descrivere, ad esempio, la bellezza della Messa con 170 battesimi di giovani della parrocchia di Ismani (15 di Izazi)? Bellezza accentuata da quella lenta ma progressiva inculturazione della liturgia e di tutta la vita cristiana che, tra spinte e paure, si va facendo strada (anche grazie ai lavori in vista del Sinodo africano dell’anno prossimo).

“La messe è molta, ma gli operai sono pochi”. Com’è vera questa parola di Gesù, specialmente oggi e qua, nell’Africa nera, dove si sbilancia sempre più il rapporto numerico tra sacerdoti da una parte e Cattolici dall’altra! Allora, “pregate il Padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe”.

In attesa di cogliere ancora il frutto delle vostre preghiere, rinnovo un grazie di cuore a tutti i frati che hanno vissuto finora con me questo “safari” e a tutti coloro che ci hanno sostenuto.

Il Signore Risorto vi dia la sua pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden,

perché lo coltivasse e lo custodisse» (Genesi 2,15)

Izazi, 1-7-1992

Carissimi,

oggi è una giornata storica per questo paese, segnata com’è dal passaggio al multipartitismo. Risulta che oltre l’80% della popolazione è contraria a questo cambiamento, e ciononostante la decisione è stata presa dal partito e dal parlamento all’unanimità. Come mai? La risposta è facile ad aversi da chi conosce la situazione internazionale dopo il crollo spettacolare del sistema comunista (ma ancora 1/5 dell’umanità, cioè la Cina, vi si trova costretto) e lo straripare del prepotere statunitense nel globo. Così gli USA, in nome della democrazia (cioè del potere al popolo), impongono il loro modello anche ai Tanzaniani (che non lo vogliono) sotto minaccia di blocco degli aiuti.

E’ chiaro che non è solo un fatto politico-strutturale, ma di dominazione culturale. Si vede ogni giorno la pressione per la diffusione dei loro metodi anti-vita (anticoncezionali e abortivi, compresi quelli proibiti come cancerogeni nei paesi di produzione: sì, perché ne è proibita la vendita in loco, non la produzione per esportazione!); è di questi giorni la scelta della nostra regione per la prova della distribuzione gratuita in massa anche nelle scuole dell’obbligo… come se l’AIDS non facesse già abbastanza vittime e orfani (oltre 100.000 questi ultimi).

E’ anche un fatto economico, con profondi riflessi sociali. Da oggi il governo è venuto incontro alla richiesta del sindacato almeno raddoppiando le paghe minime (ora giunte a 7.000 scellini al mese, circa 30.000 lire). Ma, dovendo adeguarsi ai tagli impostigli dall’estero sul bilancio della sanità e dell’istruzione, ha già fatto sapere che dovrà ridurre di un terzo i propri lavoratori, e soprattutto i maestri (come se ce ne fossero troppi! Ad Izazi, forse caso-limite, 5 per oltre 350 alunni a tempo pieno). Preferisco non parlare della situazione della sanità com’è emersa in tutta evidenza durante l’epidemia di colera nella nostra zona a dicembre scorso: se non ci fosse l’ospedale diocesano di Migoli (che continua ad ampliarsi) chissà cosa sarebbe successo e succederebbe.

C’è poi la questione ambientale, di cui si vuol fare pagare le spese al Terzo Mondo (vedi congresso di Rio de Janeiro). La situazione è indubbiamente drammatica, ma i responsabili dell’inquinamento a tutto spiano vogliono risolverla bloccando lo sviluppo del Sud, anziché ridurre il superconsumismo del Nord del mondo. Più concretamente qua si sente la questione degli elefanti in continuo aumento che distruggono le piantagioni (dal miglio ai banani), vagano per il villaggio fino a due metri dalle case anche in branchi di 100. Pochi giorni fa un uomo è stato letteralmente azzannato: il corno gli ha sfiorato l’inguine ed è uscito dalla parte di dietro della gamba; e gli è andata bene, visto che non l’hanno calpestato come loro abitudine! Ciononostante non si possono colpire, ma al massimo spaventare con colpi in aria: un guardiacaccia che ha disobbedito per salvare la gente, adesso la rischia grossa!

Per non dare tutta la colpa di ciò che non va ad una parte sola, sarà bene accenni ad un altro pericolo che minaccia questo paese. Se si prevede che il multipartitismo non minaccerà la pace sociale (in riferimento al seguito popolare si dice che una squadra di serie A non può aver paura di una squadretta di periferia), anche per le severe norme stabilite (soprattutto onde evitare la scissione di Zanzibar dall’attuale federazione), essa è invece minacciata da tensioni religiose tra fondamentalisti Musulmani ed Evangelici, con possibile diffusione tra le rispettive masse, finora conviventi tranquillamente. Si sono verificati alcuni scontri qua e là, anche se non gravi come quelli mortali tra Luterani in lotta per questioni diocesane. Il governo ha preso provvedimenti abbastanza energici per evitare che la Tanzania segua l’esempio di altri paesi, africani e non, in preda a guerre di religione. Resta comunque intatta la piena libertà in materia, purché non si attacchino e insultino le altre confessioni. Anzi, viste le conseguenze negative della nazionalizzazione di scuole e ospedali, si è concordata la restituzione di opere alle missioni.

Come potete capire anche da questa lettera (il tasto batte dove il dente duole…), è epoca di cambiamenti pure in un ambiente come questo. Ne è un segno una lettera pastorale collettiva dei 35 vescovi Cattolici in occasione della Pentecoste, la prima ad ampio respiro dopo tanti anni.

Intanto, a livello locale, dopo tre sindaci Musulmani assai deludenti, abbiamo alla guida del villaggio un giovane cattolico, Leonardi Wissa, e speriamo che, oltre ad assicurare finalmente qualche piccolo progresso, faccia onore alla sua religione.

Oltre a raccomandarvi la preghiera perché i cambiamenti vadano in senso positivo, ed un esame di coscienza individuale e collettivo sul grado di collaborazionismo con l’attuale iniquo sistema di rapporti internazionali (anche l’ONU è ridotta ad una farsa comico-drammatica), lasciatemi esprimere la gioia di questi giorni, circa 50, di presenza di due Sorelle Minori di s. Francesco ad Izazi per “esplorazione” dell’ambiente. Il nuovo volto della chiesa locale, da loro così ben restaurata a colpi di pennello, possa essere una profezia di ciò che realizzerà una presenza femminile consacrata nello stile africano-assisano, al quale sembrano sentirsi chiamate varie ragazze.

Infine l’augurio che anche grazie alle vacanze il Signore vi dia pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Marta, Marta…» (Luca 10,41)

Izazi, 7-10-1992

Carissimi,

non vi sarà difficile capire che l’ennesimo ritardo di questa nostra corrispondenza non è dovuto a ferie estive ma all’accavallarsi e intrecciarsi di impegni inevitabili. Qualcuno mi ha fatto notare che nessuno è indispensabile; d’altra parte è difficile evitare la consapevolezza responsabile di essere un qualcosa di unico  nella zona, per tante persone e situazioni, pastorali in senso stretto e non. L’assillo per l’ospedale di Migoli (che a 20 km. da qua continua a crescere non solo come struttura ma anche come servizi svolti) basterebbe da sé a togliere il sonno ad un sacerdote coscienzioso, che invece per sua fortuna non c’è. Tra l’altro il parroco, a 65 km. di distanza, è di nuovo provvisoriamente solo. Si spera che tra un paio d’anni l’arcidiocesi di Catania dia l’avvio alla parrocchia di Migoli. Pensate che dopo l’ultima circolare abbiamo avuto epidemie di meningite e morbillo (qui abbastanza pericoloso).

Altra novità, questa positiva, l’immigrazione ad Izazi da parte di Alfredo, padre di famiglia (o meglio nonno) di Roma, e, per un periodo più ridotto, anche di Giuseppe, una vecchia conoscenza proveniente da Lecce. Già di ritorno in Italia, invece, insieme a questa lettera, Lucio e Patrizia, rispettivamente alla terza e prima esperienza ad Izazi (due mesi). Ognuno di loro ha cercato e cerca di rendersi utile secondo le proprie capacità e possibilità. Qualche disagio l’ha creato il ritardo nella consegna del container, giunto qua solo il 30 settembre, dopo una lunga sosta nel porto di Dar es Salaam in attesa di decisioni governative accettabili per le istituzioni religiose circa le tasse doganali. Anche questa montagna di roba, accolta entusiasticamente dalla popolazione e già in via di distribuzione (partendo dagli asili), comporta per me impegno… tanto più che tutti i suddetti volontari sono poco “esperti” di lingua Swahili e di altro che richiede sempre la famosa pazienza di Giobbe. Ad esempio resta difficile capire come l’ampliamento del conventino delle ragazze sia rimasto praticamente bloccato dagli inizi di luglio a quelli di settembre: lutti, mancanza d’acqua, lavori gratuiti obbligatori per il progresso del villaggio (in pratica la fabbricazione di mattoni per ampliare il dispensario e possibilmente la scuola… che tra l’altro manca di cessi da tre o quattro anni!). Tutto ciò mi ha costretto a riprendere in mano la cazzuola per l’ala est e così, indirettamente, spronare gli altri muratori a mettercela tutta per finire prima delle ormai imminenti piogge. Problematico soprattutto il reperimento di paglia sufficiente per tutti i tetti, data la precedente brutta annata di piogge.

In compenso per la festa di San Francesco, come previsto, altre 11 ragazze desiderose di vita minoritica sono entrate ad affollarsi nei locali inaugurati l’anno scorso. Tra esse, le prime due provenienti da fuori del nostro villaggio. Così ora sono 18 e altre sono in vista… Diversa la dinamica di sviluppo del ramo maschile: ad alcuni dei miei vicini di cella ho dovuto consigliare di ritirarsi provvisoriamente o per sempre. Altri stanno comunque prendendo il loro posto e a dicembre anche questo conventino dovrebbe essere strapieno. In vista della loro formazione religiosa ho dovuto di fatto abbandonare anche la catechesi nella scuola di Izazi affidandola a queste “speranze” africane.

Prima di passare oltre sarà bene ricordi la veglia di San Francesco, ormai divenuta, come tante altre piccole o grandi cose, parte della vita del villaggio, quindi cultura. Quest’anno hanno voluto essere testimoni di questo tentativo di inculturazione anche due suore missionarie e due visitatrici dall’Italia. Mi sembra di aver colto, meglio che negli altri anni, il fatto che la gente di qua festeggi il nostro santo per aver donato loro i suoi figli, perché attraverso noi egli continua a vivere per loro.

Accennavo sopra al progresso realizzato o in vista. Non è da trascurare l’avvio, da luglio, qua alla missione, della mensa gratuita per i ragazzi delle elementari, né il ripristino della macina (a suo tempo bloccata da un furto e poi da un guasto) a prezzi minimi, né l’installazione dei tratti di tubatura che dovrebbero portare l’acqua del lago (purtroppo in ulteriore via di secca: se il livello scenderà di altri due metri l’intera Tanzania resterà al buio o quasi: già ora l’elettricità è erogata a turni) a un frutteto da impiantare nei pressi della scuola e della missione. Preghiamo solo che chi ha iniziato tutto questo non ci metta poi nei guai lasciandolo in mano a uno come me che non ne ha tempo né competenza…

Ora lasciate che vi saluti e vada a riposare augurando anche a voi di trovare ristoro nell’unica cosa che conta: l’ascolto e l’adempimento della Parola del Padre che è nei cieli: allora è pace per gli uomini che egli ama.

fr. Riccardo Maria

 

P.S. Da alcuni giorni la diocesi di Iringa è senza vescovo, per il trasferimento del nostro a Songea. Speriamo di riceverne un altro presto e santo. Pregate!

 

 

 

 

«Egli chiama le sue pecore una per una» (Giovanni 10,3)

Izazi, 16-1-1993

Carissimi,

finalmente il nuovo anno mi dà il tempo per scrivere la prima lettera circolare… Dicendo questo ho già spiegato il perché del ritardo.

Tra gli impegni degli ultimi tempi lasciatemi segnalare con gratitudine a Dio l’attività vocazionale. Non è che vada in giro a cercare giovani, anzi quasi non mi muovo più da Izazi e dintorni. Ma c’è Qualcuno che chiama, usando strumenti vari, e così le lettere di richiesta da parte di giovani (maschi e femmine) desiderosi di vita francescana si fanno sempre più numerose, esigendo naturalmente risposte e spiegazioni. Non è che poi tutti vengano effettivamente, anche perché a volte scrivono contemporaneamente pure ad altri indirizzi (ad esempio alle Clarisse Colettine, tra cui è entrata una di queste ragazze). Comunque quelli che arrivano sono abbastanza numerosi per i nostri due conventini e per le possibilità di procurare loro un’attività soddisfacente ed educativa, che faccia evitare l’ozio e invece stimoli le capacità e sensibilità di ognuno.

Così ho cominciato a farli sciamare, anche in attesa di sviluppi sul fronte “frati” e su quello “suore”: verrà qualcuno dall’Italia nella seconda metà dell’anno? Degli aspiranti frati, Samson frequenta ora un corso di falegnameria dai Passionisti di Veyula, (il governo ora insiste molto su questi corsi di artigianato); Antoni e Respicius hanno iniziato le superiori dai Benedettini di Hanga, e lo stesso hanno fatto Desideri e Fransisko dai Salesiani di Mafinga; Stanislaus continua sotto Iringa nelle superiori dei Baha’i; qua con me restano Daudi, Justiniani, Leonidas, Fidelis e l’ultimo arrivato, Alfeo, dei quali per fortuna uno è sarto, uno orologiaio, uno falegname, e così la vita va avanti; un po’ si insegnano l’un l’altro, e qualcosa si sgranocchia…

Delle ragazze sono partite prima Rehema e Veronika per un triennio di sartoria e altro dalle suore Teresine (Africane) di Wasa, e la settimana dopo Helena, Sofia e Magdalena per un biennio di catechesi dai Salesiani di Makalala. Purtroppo gli esami di ammissione non sono andati affatto bene, e così tutti i posti li ho ottenuti per misericordia, anzi due delle “fondatrici” hanno dovuto restare a casa, a fare compagnia alle nuove arrivate. A proposito, di quelle entrate ad ottobre, una buona metà se n’è andata, cosa abbastanza scontata; in compenso ne sono arrivate altre tre da lontano e ce ne sono ancora per strada; alcune hanno fatto cinque giorni di viaggio in bus, nave e treno!

Oltre a queste “vocazioni”, ricevono aiuti per i loro studi anche Paulo (entrato ora regolarmente nel corso triennale da muratore nella lontana Mwanza), Charles e Lightness-Nyanjala (superiori a Kalenga) ed il cieco Hosea (superiori a Mpwapwa). Martina invece ha fallito all’esame, tanto per cambiare. E’ il solito problema della qualità dell’istruzione di base che impedisce di aiutare altri di questa zona. Tutti questi nomi, per voi di illustri sconosciuti, sono una piccola parte della giovane popolazione tanzaniana che si affaccia alla vita cercando un proprio posto, chi alla luce del progetto di Dio su di lui, chi alla cieca, tanto per campare alla meno peggio. Ogni anno lasciano la scuola dell’obbligo oltre mezzo milione di ragazzi, dei quali appena il 10% prosegue gli studi, a spese dello Stato o proprie.

Per tutti gli altri che sbocchi ci sono? Terra non ne manca, tutt’altro, salvo piccole zone sovrappopolate. Ma si sa quanto essa sia meno attraente di altre attività e della vita urbana. Sennonché quelli che si spostano nelle città spesso non hanno le attitudini richieste per i lavori ivi possibili.

Per quanto su esposto, e tenendo conto che il 45% della popolazione ha meno di 15 anni (e il 17% è tra i 15 e i 24), è ovvio continuare a puntare sul futuro, su quest’allegra infanzia e gioventù. Sotto la guida dei nostri due volontari laici si sta finendo la sistemazione delle aule scolastiche esistenti ad Izazi, prima di provvedere a costruirne due nuove (pronti già i mattoni) e nove gabinetti (dopo anni di attesa…). In fase avanzata anche la prima aula definitiva dell’asilo della missione (a proposito si è da pochi giorni avviato anche l’asilo di Makuka, dopo aver sistemato finalmente in modo appropriato la macina locale, oltre a quella di Izazi).

Altra buona notizia è l’allargamento e ristrutturazione completa del dispensario, con annessi (finalmente) i gabinetti; questo ad opera degli Irlandesi della Concern. Invece si deve ancora ai nostri volontari la riparazione della pompa dell’acqua e di tutti gli impianti e le fontanelle del villaggio (a parte che continua il dono del diesel necessario). Anche il trattore si è reso utile, non solo per questi lavori, ma pure per coltivare i campi dei più poveri. Ora dipende tutto dalla pioggia, giunta in assoluto ritardo il 16 dicembre, poi fermatasi ed ora ripresa per dare speranza ai volenterosi. I più pigri, si sa, non si preoccupano, contando sulla continuità degli aiuti alimentari (granturco e fagioli) da parte degli Irlandesi e del governo a pecorelle e caproni. Con criteri di maggior giustizia continua invece la nostra distribuzione dei vestiti giunti nel container che sapete.

Dopo tutte queste notizie varie, ecco quella per me più importante: domenica scorsa abbiamo accolto festosamente in diocesi il nuovo vescovo di Iringa: Tarcisius Ngalalekumtwa (l’accento va sulla “m”, se non lo capiste…), nato nel 1948 a pochi chilometri dalla stessa città e già da alcuni anni vescovo coadiutore di Sumbawanga. Essendo originario di questa diocesi, ci conosciamo da quando era prete, e siamo in ottimi rapporti. Vi confiderò che dopo il trasferimento del suo predecessore, io chiedevo a Dio proprio lui! L’essere stato accontentato è un altro dei segni della sua benedizione per questa strana missione e per le sue giovani comunità protese ad una vita religiosa africana, conforme al programma di inculturazione che dovrà essere portato avanti dal Sinodo dei vescovi per l’Africa ormai alle porte. Sì, non dimenticate nelle vostre preghiere che questo è l’anno del nostro continente, almeno in contesto ecclesiale.

 Da parte sua il nuovo vescovo, presidente della commissione episcopale per la liturgia, ha già al suo attivo il nuovo rito domenicale in Swahili per i numerosissimi casi di assemblee senza sacerdote: rito indubbiamente innovatore nel senso di adattamento al contesto locale, e che si spera possa influire su un successivo adattamento anche del rito della Messa, come avvenuto nel vicino Zaire.

Ancora più necessario, a parere mio e di molti, è l’adeguamento della catechesi, ferma a una traduzione del pur meritorio catechismo di san Pio X. Speriamo che il nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato da Giovanni Paolo II, fornisca stimolo e spunto a quest’opera necessaria all’evangelizzazione, anzi forse alla stessa sopravvivenza della Chiesa in Africa.

Per mancanza di tempo, ho scritto questa lettera di getto, senza minuta, dall’abbondanza del cuore. Da esso esce pure l’augurio per un anno veramente bello della bellezza di Dio e delle sue opere! La bellezza della pace! Se la cerchi, va’ incontro ai poveri!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Tutto canta e grida di gioia » (Salmo 65,14)

Izazi, 3-4-1993

Carissimi,

la santa Pasqua è di nuovo alle porte, chiedendoci di celebrarla in novità di vita, dopo la necessaria e salutare penitenza quaresimale. Quest’anno un gruppo molto numeroso di giovani salirà da Izazi e Makuka ad Ismani per ricevere in parrocchia il battesimo dei figli di Dio.

Oltre a questo, che è sempre un frutto particolarmente commovente dell’apostolato missionario, c’è anche qualcos’altro che vorrei comunicarvi con gioia: finalmente la pratica per ottenere la cittadinanza tanzaniana, che avevo presentato due anni fa e poi aveva dormicchiato nella curia diocesana, è stata avviata grazie all’interessamento del nostro nuovo vescovo. E’ difficile forse spiegare cosa provino le persone locali a sentire di questa mia richiesta. Oltre alla gioia della loro abituale disponibilità all’accoglienza, gli leggo sul volto un senso di fierezza, come ogni qual volta si fa loro scoprire i grandi doni che Dio gli ha fatto e che di solito vengono rimossi da quel secolare senso d’inferiorità che li marchia ben più a fondo del colore della pelle. “Cari fratelli, quanto più la storia è stata triste per voi, tanto più sappiate che Dio vi ama ed è con voi”. Di quest’eterno messaggio vuol essere ulteriore testimonianza la mia richiesta. Sì, anch’io come Lui preferisco essere dalla parte di questo penultimo paese del mondo (secondo la classifica per reddito pro capite) anziché da quella della sette grandi potenze industriali. Ve lo dico senza pudore: amo più la Tanzania che l’Italia, nonostante tutti i valori di cui quest’ultima era (lo è ancora?) portatrice. Gli innamorati dicono che al cuore non si comanda! C’è qualcosa di vero o no?

E’ ovvio che anche questa scelta è relativa ad un discorso di fede. Cosa può sfuggire il vaglio di questa virtù divina? La nostra patria è nei cieli, non in Africa. Siamo sempre pellegrini su questa terra, come ci ricorda costantemente la povertà e biodegradabilità delle nostre abitazioni. Figli dell’obbedienza, e quindi sempre disponibili ad andare altrove, dove i poveri attendono la buona novella; sì, in tutto il mondo! Là dove Cristo non è stato ancora annunziato!

Ma poiché siamo ancora quaggiù, pienamente coinvolti nelle vicende della storia, non mi sembra insignificante godere dei diritti di un cittadino tanzaniano, anziché di quelli di un Italiano membro della Comunità europea! Perché i diritti non sono uguali per tutti, nonostante tante belle dichiarazioni…

A proposito di diritti, non vi nascondo che uno di quelli che mi fa più gola, è quello di non poter essere cacciato di qua in caso di cambiamenti radicali della situazione incontrata al mio arrivo. Vi spiego per ordine. Nelle circolari abbiamo sempre sottolineato la grazia della pace che dai tempi dell’indipendenza ha dominato questo paese, almeno per i rapporti interni. Ebbene, sotto la spinta dei crolli politici degli ultimi anni e di imposizioni diverse da parte dei paesi ricchi (Occidente ed Arabo-Iraniani), nonostante la saggezza dimostrata nel guidare gradualmente e senza sommosse il paese verso il multipartitismo, la Tanzania è probabilmente prossima alla fine, almeno nel senso della riseparazione tra Zanzibar e Tanganyika (Tanzania continentale). I problemi nascosti sotto la cenere sono divampati dopo che la parte isolana della federazione ha aderito all’Organizzazione mondiale dei paesi islamici. In Parlamento si è avuta una discussione aperta come mai accaduto prima, e dopo una pausa di riflessione riprenderà nei prossimi giorni. Per cui non so neanche io di quale paese diventerò cittadino! Per ironia della sorte, il formulario che ho riempito recitava “Tanganyika” anziché “Tanzania”! Ricordo del passato o profezia?

Come potete immaginare, la questione non finisce qui. A parte le problematiche economiche e politiche, è in gioco la sana laicità dello Stato di fronte alle pretese teocratiche del sempre più aggressivo fondamentalismo islamico. Se non fosse stato per la prudenza dimostrata dalla gente di buona volontà, già da tempo sarebbe esplosa la “guerra santa”. Ma ora i Cristiani sono stanchi, anzi “nauseati”, secondo la terminologia usata dalla Conferenza episcopale in una dichiarazione ufficiale letta alla radio dal suo presidente, mons. Lebulu. Nauseati non solo dei quotidiani attacchi ed insulti sulle piazze, sui giornali e sugli audiovisivi, ma anche del comportamento del governo che non provvede a difendere il diritto al rispetto delle proprie convinzioni religiose. I vescovi Cattolici – subito appoggiati dai luterani – hanno parlato espressamente della possibilità di “spargimento di sangue”. E se questo cominciasse, quando finirebbe in un paese con un terzo degli abitanti di religione musulmana?

Dopo la grazia di Dio, che vi chiediamo di ottenerci pregando per la pace, possiamo contare umanamente sul fatto che vi sono politici validi, soprattutto il moralizzatore della vita pubblica, Augustine Mrema, ministro degli interni ed ora anche vice-primo ministro. Su tutto, poi, veglia sempre il grande Nyerere: finché vive lui, si suo sperare bene. Molti non vedono l’ora che finisca il secondo e ultimo quinquennio di presidenza del musulmano Ali Hassan Mwinyi perché, in una logica non scritta di alternanza, torni a capo un cristiano. E’ a questo che vengono accusati di puntare i vescovi con la loro serena e costruttiva dichiarazione di cui sopra.

Tornando al nostro vescovo, è stato con noi ad Izazi sabato scorso dalle 11 alle 19, soprattutto per visitare le due comunità vocazionali francescane. Ringraziando Dio, tutto è andato bene: la Chiesa locale ci conferma sempre più nella sua comunione di vita e nel nostro carisma, quanto più lo si  vede attirare insperate vocazioni. Il vescovo personalmente ci ha molto incoraggiato ed ha assicurato il suo appoggio per lo sviluppo delle comunità: si sta infatti prospettando la necessità di fondare altrove.

Infine, ringraziamo ancora Dio per la pioggia di quest’anno che è stata generalmente ottima in Tanzania, assicurando cibo a uomini e bestiame. Tutto canta e grida di gioia! Soprattutto il cuore di chi è risorto con Cristo! Lui è la pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso,

prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Luca 9,23)

Izazi, 3-6-1993

Carissimi,

sono certo che quanti di voi oggi hanno celebrato la liturgia della Chiesa, nella memoria dei santi martiri dell’Uganda, hanno pure avuto una preghiera spontanea per questa missione della stessa area geografica. E’ una dolce certezza che si esprime in riconoscenza. Tanto più che la situazione politico-religiosa non è delle migliori. Poco dopo la mia ultima circolare, e precisamente il Venerdì Santo, a Dar es Salaam i fondamentalisti Musulmani hanno assaltato tre macellerie suine. Sono seguiti scontri, bombe lacrimogene da parte della polizia, molti arresti, lo scioglimento dell’organizzazione BALUKTA per la diffusione del Corano (con espliciti fini anche politici di dominio islamico, e mezzi di fonte iraniana), l’espulsione di alcuni sudanesi coinvolti, nuove elezioni volute dal governo per il Consiglio musulmano (è stato confermato alla presidenza un moderato), decenni di galera decretati per i sobillatori, etc. Insomma il governo, anche se in ritardo, è intervenuto con forza. Vedremo gli sviluppi. Intanto i vescovi hanno scritto un’altra lettera pastorale in cui, tra l’altro, impongono delle preghiere per la pace nel paese da dire al termine di ogni Messa. Contiamo sulla vostra fraterna solidarietà.

A livello più locale devo segnalare (anch’io in ritardo) che a marzo è stato qui per un mese mio fratello Luigi, mentre Alfredo si è trasferito altrove. Resta l’infaticabile Giuseppe a portare avanti molte iniziative. Tra l’altro, terminati i restauri della scuola (finalmente sotto attivate tutte e sette le classi in aule almeno decorose) sta per essere avviato un corso di sartoria per uomini (seguirà da novembre quello per le donne, a Dio piacendo), mentre la bottega che l’anno scorso si era limitata a procurare e distribuire a prezzi minimi circa quindici tonnellate di granturco o relativa farina, ha ripreso a vendere una varietà di prodotti. Completata una delle due aule nuove dell’asilo e quasi anche la casa dei volontari, dotata (come pure la chiesa) di luce ad energia solare. Ai sunnominati e agli anonimi va sempre la gratitudine della popolazione.

Quanto alla comunità, dalla fine di aprile ho con me un sacerdote cappuccino di 64 anni, originario di questa diocesi, fr. Andreas Kalinga, che desidera passare alla nostra piccola riforma e mi è di grande aiuto. Mentre scrivo, lui sta tenendo una conferenza ai giovani affacciatisi ad Izazi per riflettere sulla propria vocazione durante questo mese di vacanze scolastiche. Il corso dura due settimane, e il convento è sovraffollato: siamo già in 14 e qualche altro è in arrivo. Quanto alle ragazze è lo stesso: sono 18 e domani accoglieranno di nuovo sr. Pierfirmina (missionaria della Consolata) per una settimana di formazione intensiva psico-spirituale. Ringraziamo tutti Dio per questa benedizione in quantità e qualità, mentre continuiamo a selezionare (ultimamente sono tornati a casa, più o meno definitivamente, tre ragazzi e due ragazze).

Personalmente, appena arrivato fr. Andreas, ho approfittato per farmi gli esercizi spirituali arretrati e, provvidenzialmente, mi sono trovato a Kibao tra gli sterminati campi di tè dell’altopiano (la parrocchia che mi ha ospitato è a 2000 metri di altezza). Ho potuto rinfrescare un po’ le idee… e anche abbracciare la Volontà di Dio che venga in Italia per il Capitolo generale dei nostri frati che inizierà il 6 luglio. Chiedo scusa fin d’ora se il mio sarà un viaggio rapidissimo e con pochissime tappe nel Bel Paese. La situazione di qua la conosco io, e le due comunità vocazionali erano più perplesse di me sull’opportunità di quest’assenza. Raccomando anche quest’intenzione alle vostre preghiere, insieme al buon andamento del Capitolo stesso, perché tutti i partecipanti possano cogliere il piano di Dio su questa missione in particolare.

Il raccolto è stato buono, salvo per chi è stato visitato da elefanti o da ladri notturni. I primi hanno spazzato per tempo molti campi, visto che nella polveriera provinciale erano stati rubati duecento proiettili appositi, e i nostri gendarmi ne erano privi. In compenso i volontari della Concern hanno promesso granturco sufficiente ai danneggiati. Da parte nostra abbiamo raccolto circa tre sacchi di miglio e granturco. A Pentecoste abbiamo anche mangiato i primi galletti di un piccolo allevamento conventuale, senza contare le frittate offerte dalle ovaiole e i pesci presi nel lago, finalmente tornato al livello normale con gioia di tutta la nazione (dalla sua acqua dipende l’energia elettrica dell’intera Tanzania: gli 80 megawatt prodotti dalle vicine turbine di Mtera, e i 200 generati più a valle, a Kidatu; scesi i livelli, città e industrie ricevevano energia a turni).

Così, tra notizie e notiziole, vi ho aggiornato sul nostro cammino verso il Regno di Dio. Che lui ci doni sempre la sua pace!

Vostro fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Luca 17,10)

Izazi, 9-9-1993

Carissimi,

è tempo di riprendere a scrivere dopo la pausa estiva che mi ha visto per tre settimane in Italia. Sento il dovere di chiedere di nuovo scusa a tante persone con cui avremmo desiderato vederci e parlarci e che invece il poco tempo a disposizione ha fatto sì che non potessimo incontrarci; offriamo anche questo al Signore per l’avvento del suo regno, il cui annuncio è così urgente da fargli proibire nel Vangelo di perdere tempo in convenevoli… L’impressione che ho avuto questa volta è di un’Italia sempre più smarrita (“O mia patria sì bella e perduta…”). I tanti santi che ne hanno segnato la storia intercedano perché molti riprendano coraggio e si rimbocchino le maniche per costruire la seconda repubblica.

Quanto allo scopo principale del mio viaggio, il Capitolo generale dei Frati Minori Rinnovati ha preso 10 giorni per affrontare le principali problematiche della nostra vita e attività. Riguardo questa missione abbiamo ricevuto un incoraggiamento a continuare per la nostra strada, un appoggio morale e di preghiera. Concretamente non verrà nessuno dall’Europa, almeno per ora. Né i giovani di qua che avevano chiesto di essere accolti nel nostro piccolo Ordine saranno ammessi alle varie tappe formative. Stiamo perciò vedendo col nostro vescovo come organizzarci in modo indipendente.

Nel frattempo, visto che le vocazioni continuano ad aumentare, siamo costretti a costruire un altro mezzo convento, con dodici cellette e altro, accanto all’attuale. Lo stesso stiamo quasi completando nel conventino delle ragazze, col loro aiuto. Purtroppo siamo stati ostacolati dalla salute: prima una linfangite al sottoscritto, poi un infarto a fr. Andreas, il mio confratello tanzaniano. Così ci siamo riposati un po’. Per fortuna ci sono tanti ragazzi, e l’acqua è vicina. Adesso costruire non è più duro come agli inizi.

Per il resto procediamo nella formazione francescana e in un po’ di apostolato tra la gente, mentre i nostri laici volontari nelle opere di carattere più sociale. Al riguardo penso bene spiegare qualcosa a chi fosse rimasto perplesso per la mia ritrosia a ringraziare chi dà aiuti di vario genere a tali opere. Chi segue dall’inizio quest’esperienza già ne capisce i perché, ma qualcun altro forse c’è rimasto male. E’ vero che la gente di qua spesso m’incarica di ringraziare e salutare chi manda soccorsi. D’altra parte i rapporti economici internazionali sono così ingiusti (meglio dire iniqui), che quanto arriva al Terzo o Quarto Mondo come “aiuto” è solo una parte di quanto è stato portato via con metodi “furbi”. Per cui, dicevano già i Padri della Chiesa, quello che si regala al povero spesso non è altro che una restituzione. Perché Dio ha creato il mondo per tutti, non solo per gli accaparratori. Siamo tutti convinti, ad esempio, che un bambino ha semplicemente diritto a mangiare, e che se gli passiamo una o due scodelle di farinata al giorno non gli stiamo dando niente di troppo. Tanto più che spesso questo non comporta neanche troppo sacrificio. E’ per questa realtà di fatto che mi sembra strano ringraziare. Non per niente c’è qualcuno che ci dice: “Siamo noi che dobbiamo ringraziare, non voi!”. E’ meglio stringerci semplicemente la mano per confermarci nella volontà di essere solidali con gli oppressi e uniti nell’impegno per un mondo nuovo, la civiltà dell’amore. Solo a questa condizione non sarà inutile augurarci che il Signore ci dia la sua pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Lo condusse da Gesù» (Giovanni 1,42)

Ismani, 21-11-1993

Carissimi,

sono di passaggio in parrocchia. Fino a ieri sera tardi ero alle prese con la cazzuola per terminare i muri della nuova ala del nostro convento. Lasciatemi esprimere anche per iscritto la mia gratitudine alla Provvidenza per l’insperato ritardo delle piogge che ci ha permesso di finire in tempo. Sapete, coi muri in mattoni crudi… I lavori interni sono pure iniziati grazie al nostro postulante falegname (a proposito il supervolontario Giuseppe ha da poco tracciato le fondamenta della falegnameria, a fianco della propria abitazione), ma col tetto sulla testa si potrà continuare senza fiato grosso. Purtroppo quel che c’è non basterà a fermare le zanzare che dovessero comparire nei prossimi giorni, quando faremo due settimane vocazionali per i numerosi giovani (oltre 30) che ci hanno scritto di volersi unire a noi. Vedremo quanti ne verranno, poi ci arrangeremo in qualche modo.

A proposito di vocazioni, il 19 ottobre, nono anniversario della partenza di fr. Paolo e mia da Roma, ho ammesso ufficialmente al postulato, prima tappa della formazione religiosa, sette dei giovani che ho con me. Gli altri, con quelli che sono a studiare, li ammetterò a dicembre, se Dio vorrà. Tre dei postulanti partiranno domani per casa loro, in vista della ravvicinata tappa successiva, il noviziato, cui è particolarmente destinata la nuova ala del convento. A proposito di novizi, i due tanzaniani in Italia ci hanno comunicato la loro prima professione religiosa, emessa il 17 di questo mese a Corleone. Ovviamente facciamo loro i migliori auguri di santità, anche se non sappiamo quando torneranno da queste parti. Per la cronaca si chiamano fr. Cosmas e fr. John.

Diversa, invece, la strada presa da Venans, giunto ad Izazi alla fine di agosto malato di epatite e morto all’ospedale di Migoli per malaria cerebrale il 19 settembre, al secondo ricovero. E’ il primo membro della comunità ad essere sepolto nel cimitero a lato del convento. Una preghiera per lui che ha preferito realizzare il suo desiderio di vivere da francescano con noi almeno pochi giorni, anziché tornare dai suoi: forza della vocazione! Il nostro vescovo ha poi voluto entrare ad Izazi per pregare sulla sua tomba e confortarci per la perdita.

Dicevo che sono di passaggio in parrocchia. Domani e dopodomani dovrei essere in diocesi per una riflessione comune sulla situazione socio-politica del paese e sul posto della Chiesa in essa. Non solo l’Italia si trova in fase di transizione. Ne abbiamo già parlato e ne riparleremo. A livello locale abbiamo i nuovi sindaci, eletti per la prima volta a suffragio diretto e con accesso libero a più partiti. A livello nazionale la novità più grossa sarà prossimamente, se il popolo sarà d’accordo, l’autonomia per la Tanzania continentale (come già per Zanzibar) nell’ambito della federazione tanzaniana.

Martedì dovrebbero raggiungermi ad Iringa 5 delle aspiranti francescane con la loro responsabile (Enea, la ricordate?). Andremo insieme a Tosamaganga, 13 km. più a sud, per dare inizio alla loro seconda comunità, in una parte di una vecchia fattoria messa a disposizione dal vescovo. Da gennaio tali ragazze frequenteranno il triennio di catechesi per religiosi tenuto dalle suore Teresine in collaborazione coi frati (pure africani) della congregazione diocesana. Nell’ottavo centenario di santa Chiara, è ovvio che la nuova comunità sia intitolata a lei e alla sorella, sant’Agnese d’Assisi. Anche per loro una preghiera fervorosa.

Resteranno ad Izazi, nella casa recentemente finita di allargare, una decina di quelle più mature, che dovrebbero costituire il primo gruppo di novizie tra un annetto. Ormai dovranno autogestirsi all’interno, sempre con una mano formativa da parte mia (e di sr. Pierfirmina per varie settimane all’anno). Ad altre 12 di loro, dopo le prime 7, avevo consegnato la croce da postulante il 17 settembre. Alcune sono a studiare qua e là. Altre sono in arrivo. Addirittura si è unita a loro una novizia delle Collegine di Migoli. Chi dubitava dell’attualità e forza d’attrazione del carisma di Francesco in Tanzania è ben servito… Il Vangelo è sempre fuori tempo e sempre vivo ed efficace. Basta crederci, e si vedranno spostare le montagne!

Come vedete, al centro dei miei pensieri e impegni c’è questa fioritura provvidenziale da aiutare e seguire con gioia e meraviglia continua. Il mio lavoro pastorale e missionario è ormai ridotto al minimo, o meglio è affidato a queste nuove braccia. Comunque, oggi hanno ricevuto la Cresima 30 di Izazi e Makuka: e ci vuole davvero lo Spirito Santo per affrontare vittoriosamente l’ambiente in cui vivono. Ultimamente abbiamo dovuto constatare l’opera di alcuni stregoni e impostori, riuscendo a smascherarli  davanti a parecchie persone e facendoli finire al fresco per un paio d’anni. Meno facile la lotta all’immoralità: tre ragazze sono state espulse dalla scuola dell’obbligo perché incinte, c’è un’altro caso di violenza carnale da parte del solito arabo, una leader delle giovani cattoliche ha abortito, etc. Non è di conforto il fatto che a Migoli nei soli primi 6 mesi le alunne incinte erano già 8!

Certamente le notiziole sarebbero ancora tante: la festa di san Francesco, la visita al convento da parte del vescovo ausiliare dei luterani, l’ottima ripresa del cuore di fr. Andreas, gioie e speranze, tristezze ed angosce di un popolo che, soprattutto perché è povero, devono trovare risonanza nel cuore di un cristiano. Affido in particolare alla vostra preghiera gli esercizi spirituali al clero diocesano che il vescovo ha voluto affidarmi ed io ho dovuto accettare: saranno dal 13 al 17 dicembre.

A tutti i migliori auguri di santa pace, specie in occasione del santo Natale.

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Ogni volta che avete fatto queste cose

a uno solo di questi miei fratelli più piccoli,

l’avete fatto a me» (Matteo 25,40)

Izazi, 13-2-1994

Carissimi,

nell’ultima lettera vi avevo fatto cenno delle malefatte di un nostro vicino arabo. Scrivevo di sera. La notte stessa veniva ucciso a colpi di martello in testa da qualcuno stanco delle sue sporcizie. Sono dentro in tre. Oggi vi parlerò di altre uccisioni venute a galla da poco.

Prima però lasciate che vi annunci che domani ci sarà festa ad Izazi per l’apertura ufficiale del dispensario governativo di “kata” (= distretto), ristrutturato e allargato l’anno scorso con mattoni fatti da tutta la popolazione e soprattutto con contributi finanziari della Concern, organismo non governativo di origine irlandese. Durante i lavori (oltre mezzo anno) l’attività sanitaria è stata portata avanti nei locali della missione. Il mese scorso, invece, è stato inaugurato ufficialmente a Migoli il centro sanitario costruito e avviato dagli italiani del COPE, ed ora affidato in gestione alle suore Collegine a nome della diocesi (che ha già un ospedale e 30 dispensari). Tra l’altro, la missione di Izazi gli ha procurato dall’Italia un bel microscopio, mentre ne ha donato un altro per l’ultimo dispensario aperto dalla diocesi a dicembre nella parrocchia di Kilolo.

Tutte cose belle, anzi doverose e necessarie. Sennonché si fa sempre più pesante la situazione effettiva della gente (quella povera, s’intende). Perché un tempo le cure erano gratis, mentre ora si pagano sempre più, grazie ai tagli al bilancio sanitario imposti dai creditori esteri. Non ho tra mano i dati precisi, ma ricordo che negli ultimi 10 anni quello per l’istruzione è passato dal 16 a solo il 4% del bilancio nazionale. Basta visitare qualche scuola per rendersi conto del risultato. Quella di Izazi, riparata dalla missione da cima a fondo, è stata definita la migliore di tutto il circondario di Ismani.

Quindi ora si pagano le medicine, almeno in qualche misura. Questa è la teoria. Sennonché c’è soprattutto da “pagare” il personale se si vogliono effettivamente le medicine giuste (l’arte di arrangiarsi non è solo italiana!), sempre che siano disponibili. Di fatto, se le missioni hanno in mano circa la metà degli ospedali, forniscono ¾ dei servizi sanitari. Spesso nelle strutture governative si riceve la ricetta da portare in quelle missionarie per acquistarvi le medicine. Sì, avete letto bene: acquistarvi. Generalmente le missioni non forniscono le medicine gratis, ma mantengono bassi i prezzi rispetto ai costi. Ad esempio le entrate dell’ospedale di Migoli coprono appena un quarto delle spese; il resto lo deve pagare a Provvidenza. Ripeto, i prezzi sono bassi rispetto alle spese di gestione, ma non rispetto alle entrate della gente… Il solo ricovero richiede 1.500 scellini, cioè circa 6.000 lire, l’equivalente di quasi una settimana di lavoro a giornata. Poi ci sono le medicine, il cibo e tutto il resto, senza dimenticare l’eventuale trasporto, magari fino in città (a 90 km. da qui). Capita così sempre più spesso che la gente non si curi proprio, o che chieda di essere curata gratis dalla missione. Cosa fare? Si parla di salute per tutti entro il 2000, ma qua sembra ci si avvii in direzione opposta. La situazione è sempre più penosa: e pensare che si parla di diritti del malato!

Poi ci sono le sorprese. Al confronto l’uovo di Pasqua è una bazzecola. Negli ultimi tempi c’è stata una grande propaganda in tutto il paese, specie tramite la radio, per la vaccinazione antitetanica delle donne tra i 15 e i 45 anni. Anche ragazzine delle elementari sono state forzate a farla. Come sempre, tanti bla-bla per spiegarne l’importanza. Poi si scopre che quanto si inietta in realtà contiene una sostanza con effetti abortivi a lunga scadenza (fino a 5 anni dopo). In sintesi, impedisce l’impiantazione dell’ovulo fecondato nell’utero e, quindi, provoca la morte del piccolo essere umano, “il più piccolo dei miei fratelli”, direbbe Gesù. Anzi, non direbbe, dirà proprio il giorno del giudizio. Milioni di aborti imposti ai poveri perché il modello economico capitalista vada avanti. Tutto con la forza del denaro e della menzogna. Poi ci si fa chiamare benefattori… Proprio oggi ne ho parlato in chiesa, durante e dopo la Messa, invitando a rifiutare per sé e per le proprie figlie tale “vaccinazione”. La comunità cristiana si è indignata. Vedremo se sarà pronta all’urto e se passerà parola ai vicini.

Prima di lasciare l’argomento “salute”, voglio inviare i migliori auguri a Giuseppe che, dopo un anno continuo di servizio a Izazi e dintorni, si trova in Italia per provvedere all’ernia che lo tormenta da marzo scorso e che ciononostante non ha fermato il suo lavoro. Nella speranza di un suo pronto ristabilimento, i vari servizi della missione saranno portati avanti alla meglio. Purtroppo una delle difficoltà più grosse riguarda la farina. Il granturco dell’anno scorso della zona di Ismani è pressoché finito, e visto il ritardo delle piogge ognuno lo conserva per sé. Così il prezzo è salito di quasi il 100% in un paio di mesi. Tanto più che la bottega della missione per ora non ne vende: la farina in deposito è riservata ai bambini degli asili e della scuola, e la domenica anche ai vecchi. Gli altri si arrangino: anche perché sono quelli che con il commercio e il consumo della “birra” locale hanno fatto sparire gran parte del raccolto del circondario…

Infine, sempre buone notizie dal fronte interno: le vocazioni continuano a moltiplicarsi per Izazi, tanto che le nuove case già non bastano più. I nostri aspiranti francescani sono oltre 50, tra ragazzi e ragazze, presenti qua o a studiare. Tra parentesi, quest’anno la missione paga gli studi ad oltre 30 giovani, tra interni ed esterni. L’ultimo della serie, un ragazzo di Makuka, andrà domani in parrocchia per iniziare il corso di falegnameria organizzato quest’anno. Un altro, storpio, rientrato pure da Ismani dove ha imparato il mestiere, da domani avvierà in missione la calzoleria, pronto ad insegnare ad altri. Anche le ragazze francescane di qua hanno iniziato il corso di sartoria, con circa 8 allieve esterne. Speriamo che perseverino, cosa che qui non è comune.

Cerchiamo anche noi di perseverare nel servizio del Signore e del prossimo, convertendoci profondamente in questa Quaresima che ci viene concessa per pregare, mortificarci e soprattutto amare di più, nei fatti e in verità. E’ questa la via della pace, che vi auguro di seguire sino in fondo.

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Da oltre i fiumi di Etiopia...

mi porteranno offerte» (Sofonia 3,10)

Izazi, 29-4-1994

Carissimi,

certamente voi che siete nel mondo delle comunicazioni istantanee state partecipando al Sinodo africano in modo più immediato di noi, a cui sono appena giunte le prime foto della Messa inaugurale con l’omelia del Papa. In ogni caso la nostra partecipazione è più intensa, per la fede che abbiamo nell’opera dello Spirito Santo che guida la sua Chiesa e che in questi ultimi tempi è particolarmente attivo nel nostro continente prevalentemente nero, sì da non poterne dubitare.

La nostra comunità accompagna il Sinodo con la preghiera; tra l’altro, mentre esso iniziava io ero in ritiro per una settimana nel monastero delle Camaldolesi di Mafinga, mentre alla chiusura sarà fr. Andreas a trovarsi in ritiro dalle missionarie laiche di Usolanga, in preparazione al suo ingresso ufficiale nell’Ordine dei Frati Minori Rinnovati pere il triennio di prova, dopo oltre un anno da ospite.

Abbiamo offerto al Signore per il Sinodo anche una serie di guai capitatici dopo Pasqua ad opera di alcuni nostri giovani, ora mandati via. Come dicono qua: “Penye wengi pana mengi” (“Dove c’è molta gente, ne capitano molte”). Grazie a Dio, quando c’è abbondanza, non c’è da guardare troppo al risparmio: mi riferisco al numero delle vocazioni e alla possibilità di selezionarle con una certa energia.

In compenso ne abbiamo molte buone. E finalmente sono in grado di annunciarvi la data di inizio del noviziato dei primi quattro: sarà il 31 maggio prossimo, al termine di una settimana di esercizi spirituali ad Ismani, ospiti del parroco. Il vescovo di Iringa ha dato il suo placet martedì dopo Pasqua ed ha già presentato Fidelis, Justiniani, Daudi e Fransisko a molti preti di passaggio in curia: era visibilmente entusiasta. Come alcuni di voi sanno, sarà un noviziato non ufficiale, soprattutto non all’interno del mio Ordine, data la decisione del Consiglio generale di sospendere l’accettazione di altri tanzaniani fino a nuovo ordine. Si prospetta quindi la possibilità che questo gruppetto al termine del noviziato professi la Regola di san Francesco come comunità nuova e indipendente.

Prima di iniziare il noviziato, fr. Andreas con loro quattro e altri otto nostri giovani visiteranno per due settimane la gente di Ikengeza (il secondo villaggio della parrocchia per grandezza) e più tardi lo stesso fr. Andreas con altri nostri 12 giovani faranno altrettanto per il villaggio di Igula, in preparazione al 29 giugno, giorno in cui un giovane del posto riceverà in parrocchia ad Ismani l’ordinazione sacerdotale. La prima di queste missioni inizierà ufficialmente il giorno stesso di chiusura del Sinodo, e vuole essere un segno del nostro impegno ad essere testimoni del Cristo crocifisso e risorto, fino ai confini della terra.

E le ragazze, direte voi? Con loro andrò io, a luglio, negli stessi villaggi, per completare l’opera soprattutto nella metà femminile della popolazione. Tanto più che la sorella dell’ordinando prete dovrebbe fare la prima professione religiosa a Migoli per settembre: e quindi sarà bene preparare la gente anche a quest’altro tipo di consacrazione.

Per chi non fosse pratico di queste cose, si tratta di “missioni popolari”, volte al risveglio religioso delle comunità, e soprattutto di coloro non toccati dalla pastorale ordinaria della parrocchia.

In Italia è un lavoro tradizionale che oggi viene ripreso con nuova lena e nuovi metodi, ma che da queste parti è piuttosto inedito. Anche per noi sono i primi tentativi, nonostante ci pensassimo da tanto tempo: ma finché eravamo solo due o tre, non era certo realizzabile. Ora che se ne profila la possibilità, sentiamo il dovere di lanciarci, anche per far percepire meglio ai nostri giovani in formazione cos’è la vita francescana, e soprattutto la sua modalità apostolica in fraternità e povertà.

Per quanto riguarda Izazi, c’è anche da segnalare il rientro del volontario Giuseppe, rimesso a nuovo da due mesi in Italia e con lo zampino dei sanitari; ha fatto il biglietto di sola andata e questo fa capire che ha cattive intenzioni... di restare a lungo. Anche se semi-convalescente è già al lavoro e lo attendono ulteriori impegni per il progresso materiale della popolazione. Anche oggi lo hanno cercato alcuni responsabili di Makuka per il ripristino della conduttura idrica e della macina. Per fortuna siamo in attesa anche di altri volontari, a cominciare da Omero.

Naturalmente il tutto avviene nel clima della Pasqua, allietata come sempre dai battesimi dei giovani (circa 200 in parrocchia), ma anche segnata da numerose morti (è il periodo più duro per motivi alimentari e sanitari: poco cibo e molta malaria, per capirci meglio): è il passaggio che celebriamo nella fede e che testimoniamo nella vita, soprattutto nelle ultime ore. Tutto il nostro cammino su questa terra è indirizzato là, perché possiamo risorgere gloriosi con Gesù, il Signore: in lui vi auguro pace e beatitudine!

fr. Riccardo Maria

 

P.S. (Iringa 5-5-1994) Avevo appena finito di chiudere la busta domenica sera alle 21.55, quando il solito ignoto ha appiccato il fuoco al conventino delle ragazze (14) che si erano appena addormentate. Grazie a Dio e alle grida del vicino, che ha visto tutto, sono riuscite a scamparsela. Nonostante l’impegno di molti, però, la casa è andata quasi del tutto distrutta. Il sospettato è già dentro. Non sembra che il motivo del tragico gesto sia direttamente religioso, anche se da tempo i Musulmani attizzavano sottosotto, come pure i commercianti e ricchi in genere, toccati nei loro interessi. Dato che si possono verificare anche altre intimidazioni, dopo aver discusso in comunità e parlato oggi col vescovo, siamo in procinto di trasferirci altrove, probabilmente nell’ultimo villaggio della parrocchia, dalla parte sud (verso Iringa). E’ quanto suggerisce il Vangelo e anche san Francesco, con la benedizione di Dio. Augurateci buon lavoro.

 

 

 

 

«Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Romani 8,28)

Mkungugu, 19-6-1994

Carissimi,

penso dovrete abituarvi a questo nome di villaggio, dall’aspetto più ostico che non Izazi, ma in realtà più facile per voi da pronunciare correttamente (Izazi inganna qualsiasi italiano per la “z” da leggere “s”): basta stare attenti alla “m” iniziale che indica, come spesso, una pianta (se non un animale o una persona): nel caso, la più tipica della savana, quell’acacia spinosa così resistente alla siccità.

Il nome al villaggio (di circa 2000 abitanti) sembra essere venuto da una di queste acacie, dove si radunavano per la Parola di Dio. Invece la fama gli è venuta dal delitto Klerruu, un commissario governativo troppo zelante dell’ujamaa, ucciso da uno dei ricchi agricoltori del luogo che non si rassegnava a mettere tutto in comune, in particolare la fertile terra rossa che nel passato produceva granturco in quantità prodigiosa (il circondario di Ismani ne dava il doppio di tutto il resto della Tanzania!). Ancora oggi un monumento lungo la strada (sempre quella continentale che proveniente dall’Egitto arriva in Sudafrica) ricorda il posto dell’omicidio e l’inizio della fine della stessa forzata socializzazione.

Il nostro nuovo villaggio è quindi un paese di contadini, tipico della tribù Hehe. Niente più pescatori provenienti e sempre ritornanti alle più disparate regioni della nazione, niente Masai e Arabi per altri motivi attratti dalla zona di Izazi, ma una popolazione stabile e compatta, con tutti i vantaggi della cosa per l’attività pastorale, ma anche senza il fascino di quell’ambiente variopinto da cui ci ha indotti ad allontanarci il fuoco appiccato di notte al conventino delle ragazze.

Da quel primo maggio indimenticabile il nostro paesaggio è diverso: spostandoci di 60 km. verso sud ci troviamo 600 metri più in alto, e quindi in pieno altopiano, ormai quasi completamente disboscato per via dell’agricoltura forsennata dei decenni scorsi; intorno vette che arrivano quasi a 2000 metri e la strada che continua a salire verso la città, Iringa, in continua, travolgente espansione. Anzi, il suo aeroporto si trova a Nduli, centro di questa zona che con i suoi 6 villaggi supera i 10000 abitanti. Pastoralmente la zona è divisa tra tre parrocchie: Mkungugu fa ancora parte di Ismani (siamo ora a soli 12 km. dalla chiesa parrocchiale), Ilambirole dipende da Ilole, il resto è servito dai preti della cattedrale (distante da qui solo 30 km.).

Se non l’aveste capito, anche il clima è molto diverso: non solo più piovoso nel periodo caldo, ma anche più fresco e attualmente abbastanza freddo, specie per chi si era abituato ad Izazi attrezzandosi ed abbigliandosi conseguentemente. Abbiamo cambiato sede proprio quando cambiava stagione, trovandoci spiazzati...

Si è trattato di un piccolo esodo, con una cinquantina di ragazzi e ragazze accampati all’improvviso rispettivamente nelle solite due stanze dietro la chiesa e nella casa del direttore della scuola non ancora nominato. In Africa, continente di profughi anche illustri (come Gesù in Egitto) e sempre più numerosi, questa esperienza ci fa sentire più solidali coi tanti rifugiatisi in Tanzania dai paesi vicini.

Quanto alle indagini della polizia, è stato scagionato il primo sospettato, mentre è fuori con cauzione il giovane che fino ad aprile era addetto alla bottega della missione, e sono ricercati due altri giovani suoi parenti. Le motivazioni probabili sembrano essere la vendetta o la rabbia per il licenziamento (in realtà fin troppo dilazionato) e/o il rifiuto delle ragazze al loro interessamento. Mentre cercavamo di spegnere l’incendio (che ha devastato i ¾ della casa, con tutte le 22 cellette), loro guardavano e ridevano; in seguito pare abbiano parlato, in preda all’ubriachezza.

Appena spento l’incendio, invece, noi abbiamo ringraziato Dio per l’incolumità di tutte le persone e pregato per gli artefici (o artificieri), concludendo con canti e balli. Successivamente abbiamo cercato di valutare insieme la situazione sottomettendo la questione al nostro caro vescovo, che ha condiviso l’opportunità di trasferirci almeno per un congruo periodo. Lui stesso è venuto ad Izazi per rendersi conto dei danni, assicurarci la sua solidarietà e spiegare ai capi del villaggio i motivi della decisione di venire a Mkungugu. A nulla sono valse le loro richieste, e quelle dei Cristiani di Izazi e Makuka, se non ad assicurarli che in futuro potranno meritarsi di nuovo la presenza di religiosi nel territorio. Per ora è restato Giuseppe, spalleggiato da Omero, tornato dall’Italia per un altro periodo di 3 mesi: portano avanti le solite attività sociali a vantaggio della popolazione.

A parte lacrime e singhiozzi per la separazione, nonché fatiche per la ricostruzione, è chiaro che il nuovo ambiente è più adatto per la salute e per la disponibilità del fisico alla preghiera, quindi per una comunità di formazione. Anche l’allontanamento da un ambiente in cui si era tanto inseriti in tutti i sensi, permette di essere meno “presi” e quindi di potersi dedicare quasi esclusivamente a questi giovani alle porte del noviziato (ovviamente l’apertura è stata rinviata a quando ci saranno le case apposite: ottobre o novembre), salve le puntate domenicali nei villaggi vicini (Ikengeza, dove poi sono stato io con 15 ragazze per due settimane di evangelizzazione ben riuscite; probabilmente Mikong’wi e Kising’a) oltre a una mano al parroco. Tra l’altro Mkungugu è più piccolo e meno disperso di Izazi. Anche i trasporti sono molto facilitati, e quindi le perdite di tempo per viaggi sono ridotte. Insomma, non tutto viene per nuocere...

Cercando poi di leggere la Volontà di Dio in questa faccenda, abbiamo visto che coincide con la fine del Sinodo africano, che dovrebbe segnare un nuovo inizio della storia della Chiesa in questo continente, ed alla cui realizzazione vogliamo dedicarci con tutte le forze. Il distacco forse definitivo da impegni presi quasi per forza negli ultimi anni a causa della situazione economica estremamente grave di molti ad Izazi (qui è molto diverso, nonostante la scarsa pioggia di quest’anno), riporta all’ispirazione iniziale della missione di Izazi, quella di poveri testimoni del Vangelo senza troppe strutture intorno. Infine ci è sembrato illuminante che proprio negli stessi giorni ci sia pervenuta una lettera del Servo generale dei Frati Minori Rinnovati in risposta ad una richiesta di conservare per i giovani di qua aspiranti alla nostra vita i segni esterni distintivi dell’Istituto. Nella lettera si legge: “a noi del consigli non sembra conveniente. Valutando anche le simili esperienze precedentemente vissute, ci pare più opportuno che quanto sta nascendo abbia una sua identità ed una sua autonomia”.

Abbiamo così deciso il nuovo nome e il nuovo abito delle comunità di Mkungugu: case nuove, vita nuova, come “Ndugu Wadogo wa Afrika” (Fratelli Piccoli d’Africa), con sul cuore un Africa sormontata dalla croce, e con una decisa volontà di inculturazione del carisma evangelico di san Francesco; mentre Izazi resta casa religiosa dei Frati Rinnovati, vuota in attesa delle decisioni del Consiglio generale.

Basta credere alla Provvidenza e tutto è meraviglia; anche l’opera nefasta dell’uomo contribuisce ai suoi piani d’amore. Dio chiude una porta e spalanca un portone. Ciò che chiediamo continuamente è solo di essere strumenti docili nelle sue mani per l’avvento del suo Regno. Egli vi dia la sua pace!

Vostro fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Andiamocene altrove per i villaggi vicini,

perché io predichi anche là» (Marco 1,38)

Mkungugu, 18-8-1994

Carissimi,

ho avuto conferma di quanto immaginavo: che per molti nostri “aficionados” le ultime avventure sono state deludenti. Soprattutto il trasferimento delle comunità vocazionali da Izazi, dove si era lavorato tanto...

La vostra delusione è umanamente comprensibile, anche se la fede dà sempre altre risorse. In ogni caso vorrei riflettere anche solo umanamente con tutti voi che in un modo o in un altro vi sentite partecipi della nostra avventura.

Intanto Izazi non è stato abbandonato. C’è Giuseppe, con l’aiuto ora di uno ora di un altro volontario: le opere sociali vanno avanti regolarmente (asili, pasto agli scolari, acqua a tutto il villaggio, macina, bottega, etc.). Poi i miei frati d’Italia non si sono rassegnati a lasciare il conventino vuoto e probabilmente prima della fine dell’anno ci saranno concertazioni per esaminare le varie possibilità di ripopolarlo. Allo scopo saremo visitati possibilmente dal nostro Servo che accompagnerà fr. Martino per un’esperienza missionaria. Vi invito fin d’ora a pregare per loro, e per una soddisfacente soluzione.

Noi profughi intanto ci stiamo sistemando abbastanza rapidamente. Le ragazze da qualche settimana hanno occupato una casa abbandonata abbastanza grande a 1½ km. da qui. Già adattata a taverna (e quindi anche luogo di prostituzione, essendo le venditrici donne...) e poi di nuovo abbandonata, ora sente cantare le lodi del Signore giorno e notte. Abbiamo completato il giro delle mura e avviata la costruzione delle cellette e dei servizi. Le stanze grandi (6) sono state trasformate un po’ per cappella, biblioteca, etc. C’è anche una grossa veranda. A pochi passi da loro c’è il vivaio e frutteto sperimentale della Concern irlandese, e quindi anche la facilità di un po’ di verdura e frutta, oltre alla sorveglianza di guardiani notte e giorno.

Il nostro convento è a 200 metri dalla chiesa del villaggio, ma dalla parte opposta alle ragazze, verso la strada. Anch’esso è a buon punto quanto a muratura e sono iniziati anche i tetti. Avrà 12 cellette, 4 cessi, 3 posti per lavarsi (“docce”?), cappella e sacristia, refettorio, cucina, 2 parlatori, 1 stanza per ospiti, 3 stanzoni-dormitorio, pollaio, senza dimenticare il classico chiostro con verande. Il tutto in circa 20 x 16 metri. Speriamo di trasferirvisi per la fine del mese o poco più in là.

Da queste comunità vocazionali (dopo la buona cernita di quest’anno ci sono 28 ragazze e 26 ragazzi) speriamo a suo tempo di poterci diffondere qua e là, senza dimenticare Izazi, qualora restasse abbandonato il conventino dei frati rinnovati. Il vescovo ce l’ha raccomandato, così ci siamo impegnati e lui si è impegnato coi fedeli che gli hanno scritto perché tornassimo là.

Ma lo stesso vescovo ha già preso atto della nostra attenzione ai drammi dell’africano fuori della sua diocesi, quando gli abbiamo prospettato la possibilità di mandare già gruppi dei nostri giovani a vivere tra i profughi del Rwanda in Tanzania, purché si trovi un sacerdote o un paio di suore con cui fare comunità. Anche se inizialmente perplesso, ha poi dato l’assenso almeno per i maschi e così siamo alla ricerca di questo sacerdote: abbiamo avuto un primo no, ma attendiamo risposta da altrove.

Così il cuore continua ad allargarsi per contenere quanti più fratelli possibile. Pensavate che ci saremmo accontentati di Izazi, dimenticando chi sta in situazioni ancor più drammatiche? E’ per questo che Cristo e Francesco hanno sempre girato, liberi perché poveri, di tutto ma non di amore. Non ci fermate in un posto solo. Lo predicava fr. Andreas, il mio confratello tanzaniano, durante le prime Messe qua, presentando alla gente la nostra comunità: “Siamo fratelli minori d’Africa: d’Africa! Tutta l’Africa è nostra...”

Intanto continuiamo a formare questi giovani per le imprese del futuro; in questo mese la prima ragazza ha conseguito un diplomino, come maestra d’asilo; tra settembre ed ottobre dovremmo avere un’infermiera e una sarta... l’unico guaio è che per avere un sacerdote si dovrà aspettare una decina d’anni! Mentre la sproporzione tra sacerdoti e popolazione, e ancor più tra sacerdoti e fedeli, continua a crescere. Ricordiamo a tutti che la sola Italia ha più del doppio dei sacerdoti dell’intera Africa!

A proposito di statistiche, ci fa piacere portarvi a conoscenza delle ultime elaborate da fonti governative e diffuse senza troppa pubblicità dai professionisti Cristiani di Tanzania. Sono state fatte scientificamente intervistando campioni scelti della popolazione nel 1991/2. Risulta che quanti si dichiarano Cristiani (anche se non battezzati né praticanti) sono il 51,62% della popolazione, mentre i Musulmani sono il 34,85% e gli altri (quasi esclusivamente pagani) il 14,32%. Se poi si toglie Zanzibar (dove i Musulmani superano il 98%), le percentuali dei Cristiani crescono ancora di 3 punti. La sorpresa dell’inchiesta sta soprattutto nella forte crescita del cristianesimo nelle regioni centrali, inclusa Iringa che ora si trova ad essere la più cristianizzata (Cattolici 52,41%, Protestanti 38,24%) e la meno islamizzata (2,14%) della nazione. Ripeto: sono scelte espresse, ma spesso non confermate dalla vita e dai sacramenti. Tanto più che i vescovi al sinodo africano hanno sottolineato l’ambiguità di tanti, praticanti la chiesa e lo stregone a giorni alterni...

In ogni caso sono dati tranquillizzanti da un lato e stimolanti dall’altro: il lavoro dà frutti, c’è ancor più da lavorare altrove. Il nostro primo piccolo contributo nella zona di Izazi (circa 800 battesimi di adulti e bambini) è solo la premessa di ulteriore impegno per la diffusione del Regno di Dio.

Siamo tornati ad Izazi all’inizio di luglio con una quindicina di nostri ragazzi giunti quest’anno e siamo rimasti oltre quindici giorni, alternandoci fr. Andreas e io. Ha fatto un certo effetto sia a noi che alla gente... Di quando n quando ci torneremo, con grande soddisfazione anche di Giuseppe, ora in attesa del nuovo container dall’Italia.

Dio ricompensi la buona volontà di tutti col farci vedere un mondo più fraterno, pieno della sua pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Non c'era posto per loro nell'albergo» (Luca 2,7)

Mkungugu, 22-12-1994

Carissimi,

senza dubbio vi aspettavate che almeno prima di Natale mi facessi vivo con qualche notiziola di qua. Invece sono in ritardo: siamo stati tutti presi dalla visita canonica del Servo dei Frati Minori Rinnovati, fr. Carlo, insolitamente accompagnato dal suo vice, fr. Paolo. Il primo è rientrato in Italia già da un mese, il secondo se ne andrà nella prima metà di gennaio.

Lasciando da parte i particolari della visita, passo a comunicarvi l'esito:

1) il carissimo volontario Giuseppe deve rientrare subito in Italia;

2) ad Izazi non resta nessuno; le opere e attrezzature del volontariato ad Izazi saranno consegnate al parroco di Ismani;

3) fr. Andreas è trasferito ad Izazi, dove farà comunità con fr. Martino (venuto a vedere l'ambiente e la possibilità di stabilirvisi nei prossimi anni) fin verso giugno: poi dovrebbero andare in Italia.

Quanto al sottoscritto e ai giovani di entrambi i sessi che sono qua a Mkungugu, continuiamo la nostra vita giorno per giorno, in attesa di qualche nuova configurazione giuridica all'interno della Chiesa. Ciò che vi chiedo è di non stupirvi troppo: come si dice, “sono cose che capitano”. Basta leggere la storia di qualsiasi famiglia religiosa, specie francescana... Ma Dio sa come dirigere la storia umana.

A quanti hanno seguito con simpatia e partecipazione le vicende della missione di Izazi, vorrei anche dire che non si scoraggino nella volontà di condivisione: in un modo o nell'altro potranno contribuire ancora alla crescita di questo continente.

 

Intanto la situazione politica continua ad essere tesa, in previsione delle elezioni generali dell'anno prossimo, che si terranno ad ottobre, se Dio vuole. È recente lo scioglimento del governo, poi rifatto quasi uguale, salvo la retrocessione del primo ministro (e del segretario del partito al potere), sotto la spinta di Nyerere e dell'Occidente. L'accusa, ovviamente, è di corruzione.

Sottosotto (ma non tanto, a vedere i titoli delle prima pagine) c'è poi viva la questione religiosa, con i Musulmani ben finanziati per far salire al potere ancora un loro esponente, e i Cristiani decisi a far valere l'alternanza, visto anche che Mwinyi è stato del tutto incapace a far tacere i fondamentalisti della sua religione, nonostante le minacce. Dopo tutti gli insulti a voce e per via di cassette, dopo tutti gli incendi dolosi (perfino la cattedrale di Zanzibar, a fine settembre!) di cui sono sospettati i Musulmani (probabilmente quello di Izazi è stato proprio il primo della serie, come aveva subito pensato la gente e la polizia: del resto ad aprile la moschea locale era stata visitata da quattro iraniani che girano a piedi tutto il paese per spingere all'impegno fattivo...) si è verificata una prima reazione dei Cristiani.

Un giovane musulmano, benché diffidato, è entrato in una chiesa di Dar es Salaam ed è andato a distruggere la statua della Madonna. I Cattolici non ci hanno visto più e lo hanno ben pestato, tanto da ridurlo in fin di vita. Questo prima di avviare il processo contro di lui. Da parte loro i vescovi hanno di nuovo ordinato delle preghiere per la pace nazionale, da dire al termine di ogni Messa e liturgia della Parola, specificando che si facciano dal 1° ottobre di questo anno al 31 ottobre dell'anno prossimo, cioè dopo le elezioni. Meno ufficialmente si sta pensando a chi potrebbe essere un buon presidente, e raccomandando a tutti i Cristiani di iscriversi per dare il proprio voto. C'è anche chi annuncia che è l'unico modo per evitare la guerra religiosa.

Su tutti questi problemi risuona ancora l'annuncio evangelico di pace per gli uomini della benevolenza: che sappiano accogliere questo dono e così dare gloria a Dio nell'alto dei cieli!

Vostro fratello minore Riccardo Maria

 

 

 

 

«La donna, quando sta per partorire, è triste

perché è giunta la sua ora...» (Giovanni 16,21)

Mkungugu, 10-3-1995

Carissimi,

il ritmo della nostra corrispondenza si è allentato in questi ultimi tempi, ma credo che dalla mia precedente abbiate capito la delicatezza della situazione attuale. So che molti hanno intensificato la preghiera per noi, e gliene sono grato. Non c'è che da affrontare con quest'arma della fede i vari tipi di difficoltà che la vita comporta.

È un discorso tipico del periodo quaresimale che abbiamo appena iniziato, il grande viaggio annuale con Cristo verso la Pasqua di morte e risurrezione, che per lui furono reali, mentre per noi ora si riferiscono allo spirito: la morte a tutto ciò che è male nel più intimo del nostro essere, la risurrezione a una vita dominata dall'amore.

Come sempre e ovunque, anche nella nostra parrocchia si moltiplicano le riunioni di preghiera, i ritiri, le confessioni sacramentali in vista della Pasqua. Ma quest'anno io non ci sarò. Lunedì prossimo conto di intraprendere un altro viaggio, anch'esso guidato dalla fede, e pur reale, sulle strade spesso polverose (però in questo periodo fangose) della Tanzania.

Non è un giro di piacere da me programmato. In sintesi, devo cambiare diocesi, devo cercarmi un vescovo disposto ad accogliere me e le mie comunità come realtà ecclesiali. Attraverso ciò sapremo dove Dio ci vuole, o almeno dove sarà la prossima tappa. Benché vogliamo dimenticarlo, su questo pianeta siamo solo viaggiatori, magari pellegrini. Vogliamo sistemarci, mettere su casa, impiantarci stabilmente... ma il Signore sa benevolmente richiamarci a essere sempre pronti per andare, andare dove vuole lui, anche all'altro mondo!

Secondo le indicazioni avute, punterò verso il nord del paese, o meglio il nord-ovest, e poi vedremo. Sarà anche una occasione per incontrarmi con altre comunità parrocchiali, religiose, insomma con altri fratelli nella fede e magari nella sequela di Cristo con Francesco.

A proposito, gli ultimi due giorni di febbraio a Dar es Salaam si è tenuto l'incontro biennale dei francescani di Tanzania, in cui si è pure preso atto che continuano ad entrare nel paese istituti religiosi che si richiamano al santo di Assisi. A nome nostro ha partecipato uno dei giovani, accolto calorosamente e incoraggiato riguardo alle nostre difficoltà. Diversi hanno fatto il paragone del parto, che è naturalmente doloroso, ma porta la vita.

Anche al parto si è fatto riferimento per la nostra parrocchia che quest' anno darà alla luce, finalmente, una figlia a Migoli. L'arcidiocesi di Catania si vuole impegnare per 9 anni a garantire la pastorale nella nuova parrocchia che abbraccerà, oltre al villaggio suddetto, Izazi e Makuka, nonché un numero indefinibile di frazioni. È ancora qui Mons. Bommarito (con qualche altro ospite catanese), venuto ad accompagnare personalmente i suoi due giovani preti che affida alla diocesi di Iringa, in vista di tale lavoro. Questo gesto conferma quella comunione tra le Chiese che non deve esaurirsi in unità spirituale ma anche esprimersi in scambio di doni, in cui ognuno dà quello che ha ed è pronto a ricevere dall'altro quello che può e vuole dare. Magari seminaristi, visto che qua mancano posti e mezzi. Oltre ai due di Iringa che hanno appena ricevuto il diaconato, Catania accoglierà dal prossimo settembre anche uno di Songea, il cui arcivescovo è venuto fin qua apposta per avere questo favore.

La parrocchia di Migoli sarà inaugurata ufficialmente verso luglio-agosto, dopo che i nuovi arrivati avranno appreso il Kiswahili attraverso un corso tenuto dai luterani a Morogoro. A quel punto saranno sotto la loro responsabilità anche le attività di volontariato portate avanti ad Izazi e Makuka in questi ultimi anni.

In vista di ciò in Italia si stanno stringendo le fila del discorso per una nuova programmazione da presentare al vescovo di Iringa e ai due preti di Catania a Migoli: don Salvatore e don Nicola. La gente di Izazi, accogliendoli insieme al loro arcivescovo, ha fatto ben presente le difficoltà e la sfiducia generale provocate dalle recenti decisioni circa la locale missione. Mons. Bommarito ha detto anche a loro che dopo la morte viene la risurrezione. Speriamo, quindi.

Come speriamo per l'intera nazione, che si sente “venduta” dagli attuali dirigenti per interessi personali. Uno dei più onesti e coraggiosi politici, Augustine Mrema, ha abbandonato il governo e il parlamento perché non si sente di vivere mentendo. La folla è per lui: ha proibito all'autista di accendere il motore ed ha spinto la macchina fino a casa tra le acclamazioni!

I vescovi hanno da poco ruggito di nuovo, dando anche le indicazioni pre-elettorali per i Cattolici: iscriversi per andare a votare, presentarsi candidati alle varie cariche, scegliere chi ama veramente il paese e non le proprie tasche, etc. In particolare, non eleggere chi divide i cittadini tra “fedeli” e “bestemmiatori” (makafiri, dall'arabo, è usato per indicare con disprezzo i non-musulmani).

Intanto la gente, vista l'impotenza delle autorità a ridurre la criminalità (chi è consegnato alla polizia, viene poco dopo rilasciato grazie a una manciata di soldi...), ha preso l'abitudine di dare fuoco a chi è sorpreso a rubare! Certo che vivere nelle città è sempre più difficile. Ultimamente i bulldozer hanno schiacciato chioschi e mercanzie nel centro di Dar es Salaam, riducendo al lastrico tante famiglie che vivevano col piccolissimo commercio (vendendo ad una ad una arance, pannocchie abbrustolite, uova o altro). Si sono avuti lunghi scontri con la polizia.

Per finire con un paesaggio migliore, tornando alle campagne c'è da ringraziare Dio per la pioggia abbondante e ben distribuita che questo anno garantisce un ottimo raccolto in tutto il paese. Anche i nostri due ettari sono pieni di granturco, grazie al lavoro dei ragazzi, che inoltre hanno coltivato e zappato le campagne di alcuni poveri di Mkungugu.

Il Signore ascolti allo stesso modo la preghiera per la pace, che auguriamo anche a voi, come frutto della Croce di Cristo.

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese»

(Apocalisse 2,7).

Mkungugu, 24-5-1995

Carissimi,

ci eravamo sentiti all'inizio di Quaresima ed eccoci già alla fine del tempo di Pasqua, con l'Ascensione del Signore e la Pentecoste, cioè la discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa. Gli chiediamo che continui a discendere soprattutto su questo continente che si appresta ad accogliere ancora una volta Giovanni Paolo II per la fase celebrativa del Sinodo Africano, con la proclamazione delle prospettive e delle decisioni emerse. Come sempre,ciò che più conterà sarà l'attuazione pratica, che certamente non sarà immediata. Ma ogni ritardo, ogni negligenza sarà una colpa di infedeltà a ciò che lo Spirito ha detto alle Chiese locali, o almeno sarà un danno alla salvezza spirituale e materiale di questi popoli ai margini della storia, un po' come ai tempi in cui si scriveva sulla carte geografiche: “Hic sunt leones” (Qui ci sono i leoni), per indicare l'ignoranza dell'Europa circa l'Africa centro-meridionale.

Queste considerazioni non nuove per voi, torniamo a farle mentre continuiamo a discernere la volontà di Dio per le nostre comunità. In particolare in questi giorni in cui abbiamo dovuto mettercela tutta per comporre in fretta una prima bozza di costituzioni. Non è stata una nostra idea. Ancora una volta ci siamo lasciati guidare dalla necessità. È andata così. Nell'ultima lettera vi avevo scritto che sarei presto partito per cercare un vescovo qualsiasi disposto ad accoglierci nella sua diocesi. Contavo di puntare sul nord-ovest. Ma, in base alle circostanze, a qualche consiglio ricevuto e alla lettura dell'intervento del vescovo di Morogoro durante il Sinodo dell'anno scorso sulla vita consacrata (in cui aveva sostenuto con forza la povertà autentica richiesta ai religiosi in questo contesto), sono passato prima da lui. E vista l'accoglienza positiva, non ho proseguito il viaggio. Ci sono tornato ancora in aprile e in maggio, quando mi ha detto di averne già parlato col collegio dei consultori (cioè i preti più direttamente responsabili con lui della diocesi) che ha chiesto appunto una bozza di legislazione, prima di dare il parere definitivo. Così ci siamo messi subito al lavoro, tutti quelli che siamo qua, divisi in tre gruppetti, più io da solo alla tastiera... finendo lunedì scorso, poco prima dell'alba!

Come indicatoci a suo tempo dai responsabili dei Frati Rinnovati, abbiamo provveduto a differenziarci da loro il più possibile, sempre nel senso di una inculturazione integrale, anche nelle strutture giuridiche. Ci siamo così presentati non come un istituto religioso di tendenza eremitico, ma come un movimento multiforme per una Chiesa-famiglia, secondo gli indirizzi attuali della Chiesa, specie dopo il Sinodo Africano. Ci saranno diversi rami (corrispondenti ai vari Ordini iniziati da san Francesco e alle relative regole: frati itineranti, monache clarisse di clausura, comunità a residenza fissa, preti e laici nel mondo, comprese famiglie) e diversi gradi di impegno (con esclusione dei voti religiosi). Naturalmente spiccano i valori francescani di fraternità e minorità, quindi povertà in forma adatta all'ambiente di miseria, nonché preghiera, anche notturna (il passo relativo è stato forse il più acclamato). Valori di sempre rielaborati in un contesto nuovo. Speriamo che davvero lo Spirito Santo ci abbia illuminato.

Mentre continuiamo la nostra vita, in attesa della risposta e del trasferimento, fr. Martino e fr. Andreas, dopo i mesi trascorsi al centro parrocchiale di Ismani, sono diretti in Italia. Come già annunciato, la casa dei frati ad Izazi continuerà ad essere chiusa fino a nuovo ordine, certamente per più di un anno. In compenso, per tale villaggio si prospetta qualcosa: in questi giorni la Caritas diocesana, utilizzando soldi lasciati dal nostro volontario romano Omero, ha scaricato cento sacchi di granturco e fagioli per la popolazione affamata. Inoltre ai primi di giugno dovrebbe partire dall'Italia un altro container, e alla fine dello stesso mese Omero con Lucio dovrebbero tornare ad Izazi per un periodo più o meno lungo. Poi si vedrà cosa si potrà rimettere su, in collaborazione col parroco di Migoli (purtroppo rimasto solo, dopo che il suo collaboratore ha dovuto rientrare in Italia per motivi di salute).

L'importante è ridare fiducia alla popolazione, che non si senta tradita e abbandonata da tutti. Naturalmente non è un bisogno solo di Izazi ma purtroppo di tutta l'Africa e persino delle nazioni sviluppate. E allora accogliamo il Risorto e distribuiamo la pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Paolo si fermò un anno e mezzo,

insegnando fra loro la parola di Dio» (Atti 18,11)

Mkungugu, 15-7-1995

Carissimi,

come potete capire dalla data, siamo ancora qui, in attesa di trasloco... Domenica scorsa abbiamo dato l'addio ufficiale ai Cristiani di questo villaggio, commossi e dispiaciuti, come più in generale la gente della zona e clero e suore della diocesi. Nello stesso momento Izazi riaccoglieva i suoi “volontari” Omero e Lucio, e quindi era in festa grande... Così è la vita: nascere e morire; nascere per morire, dicono molti; morire per nascere, diciamo noi Cristiani, annunciatori del Vangelo della vita. Sono tre grandi compiti ricordatici da Giovanni Paolo II e pieni di senso per l'africano che tra tutti i tipi umani è il più amante della vita e il più impegnato dalle forze della morte.

Questa volta il mio distacco dalla comunità locale è stato meno doloroso, non solo perché ad Izazi ero stato quasi dieci anni, ma anche perché qui a Mkungugu in poco più di un anno ho lavorato pastoralmente il meno possibile, limitandomi in pratica alla Messa domenicale, le confessioni, i sacramenti e le benedizioni ai malati. Stop. Tra l'altro ogni domenica andavo a celebrare anche in parrocchia e/o in qualche altro villaggio. Questa scelta non è stata originata da volontà di disimpegno o delusione per quanto successo ad Izazi, ma dalla priorità data alla formazione dei giovani, perché il terzo millennio ormai alle porte abbia validi missionari Africani, i quali potranno far penetrare meglio di noi i valori evangelici nella cultura locale.

La conferma l’ho avuta dall’attività apostolica del sabato e della domenica, lasciata alla loro libera iniziativa. A due a due se ne andavano a fondare e animare comunità ecclesiali di base non solo in questo villaggio, ma fino a 15 chilometri di distanza, con buon successo in questo tipo di lavoro che è prioritario per la Chiesa dell'Africa Orientale, ma che un po' dovunque stenta a riuscire. E siccome i ragazzi sono stati più vicini di me alla gente, questa volta il distacco è stato più duro per loro. Anche questa è formazione, come lo sono state le prove di questi lunghi mesi di attesa, in cui ci siamo sentiti sospesi nel vuoto, ma in cui la fede dei ragazzi e delle ragazze che curo è stata rafforzata e accertata. Lasciate che anche a voi esprima la mia ammirazione per il loro comportamento dignitoso (se non gioioso) nella sofferenza e per il loro impegno nel lavoro, nello studio catechetico, nelle preghiere e nell'annuncio. Realtà che ha stupito un po’ tutti, confermando che quest'opera non è mia, ma di qualcuno ben più in su.

Quanto al trasferimento in diocesi di Morogoro, stiamo completando gli accordi. Martedì, scorso il vescovo di là mi ha presentato al Collegio dei Consultori (cioè dieci preti più direttamente corresponsabili con lui della diocesi), dopo che nel mese scorso aveva fatto approvare dallo stesso il progetto di fondazione dei “Piccoli Fratelli d'Africa” coi suoi vari rami come espresso nella bozza di costituzioni. Martedì prossimo il vicario generale con altri due di tali preti verrà in “delegazione ufficiale” presso la diocesi di Iringa e a Mkungugu, per conoscere i giovani e vedere personalmente come viviamo, prima di proporci alcuni posti tra i quali sceglierne uno.

Il vescovo, che ha compreso benissimo il progetto (si è studiato le costituzioni due giorni interi), ha espresso con forza la sua convinzione davanti al collegio: “La Chiesa non può sprecare questi carismi!”, sottolineando soprattutto la “povertà radicale” che “è una sfida per ognuno di noi”. Sul piano operativo, è interessato soprattutto alla nostra attività di catechesi, per cui pensa di destinarci a villaggi senza parrocchia in cui c'è molta gente da curare nella fede.

Quanto alle attività sociali, senza dubbio ce ne saranno, anche perché – come vi ho già comunicato – il progetto include pure laici e famiglie. Naturalmente tutto “polepole” (= piano piano), come è di prammatica da queste parti, soprattutto se si vuole interagire con le autorità politiche. Un esempio lo abbiamo avuto anche qua a Mkungugu: è da un anno che siamo in contatto col sindaco e il consiglio comunale per aprire sotto la loro egida uno o due asili infantili, ma nonostante le parole anche entusiastiche non si è fatto niente. Certo che se dovessimo restare ancora qui, non mi sarebbe facile resistere alla “tentazione” di avviare tale attività educatrice in nome della Chiesa, senza altre tutele...

Intanto continuiamo a preparare il personale, sia tra le vocazioni francescane che al di fuori. Le prime tornano regolarmente qua per le vacanze (un mese e mezzo circa, due volte l'anno) onde rinforzarsi spiritualmente insieme ai fratelli e sorelle rimasti in comunità, approfittando anche delle lezioni quotidiane che faccio con un sistema di rotazione di corsi, in modo tale che chiunque e in qualunque momento venga, possa seguirne uno completo o anche più. Per esempio durante le vacanze che terminano oggi ho insegnato psicologia (15 ore), culto mariano (12 ore) e tre sacramenti (43 ore). Un’ostetrica missionaria ha anche tenuto una giornata intensiva per le ragazze sulle tematiche sessuali, con tanto di videocassetta sull'aborto trasmessa in parrocchia.

Anche a Morogoro ho già preso contatti in vista degli studi, che saranno facilitati dal fatto di essere in zona centrale dal punto di vista delle comunicazioni stradali e ferroviarie, e quindi strategica per fondare scuole. Non per niente negli ultimi due anni vi sono stati aperti il seminario maggiore per religiosi (diretto dai Salvatoriani) e uno minore (dei Salesi indiani). Entrambi hanno le porte aperte pure per noi; perciò mi sono già procurato dove poter far stare i giovani in prossimità di entrambi. La Provvidenza guida tutto a meraviglia! Basta lasciarla lavorare. Lei che non va mai in vacanza... A proposito, buone feste a tutti, nella pace del Signore, benedetto nei secoli! Amen.

Vostro fratello minore Riccardo Maria

 

 

 

 

«Ne nacque un tale dissenso che si separarono l'uno dall'altro» (Atti, 15,39)

Mkungugu, 26-8-1995

Carissimi,

nella lettera precedente vi comunicavo che aspettavamo la visita ufficiale di una delegazione della diocesi di Morogoro. Con la presente vi faccio sapere che, a seguito di essa, ho chiesto e ottenuto l'indulto di lasciare l'Ordine dei Frati Minori Rinnovati. Cioè dal 4 u.s. non ho più alcun legame giuridico con loro, bensì sono un prete dell'arcidiocesi di Catania. Naturalmente continuo a vivere da frate insieme ai giovani di questa comunità, sempre in attesa di trasloco a Morogoro.

Un passo grave, quello fatto, tanto da richiedere spiegazioni, almeno sommarie. Perché non solo ho vissuto in tale Ordine fin quasi dai suoi inizi (vi arrivai il 28-6-1977), stringendovi legami profondi di carattere spirituale e affettivo, ma anche mi ero impegnato pubblicamente a perseverare in esso “per tutti i giorni della mia vita”.

In realtà i responsabili dell'Ordine, mi avevano lasciato solo soletto dall'aprile 1992. La cosa potrebbe significare rispetto e fiducia, se non fosse che il Capitolo generale (cioè l'assemblea triennale che ha la massima autorità nell'Ordine) aveva dato indicazioni diametralmente opposte e diversi frati si erano offerti di partire per la Tanzania. Purtroppo i responsabili non ne hanno voluto sapere affatto.

Ciononostante ho cercato in tutti i modi di mantenere i contatti con questi giovani e i miei frati contemporaneamente, benché vedessi chiaramente che per i primi sarebbe stato meglio che io rompessi con i secondi. Se non l'ho fatto è solo per rispettare i miei impegni, presi nella professione religiosa.

E' così arrivata la visita dei suddetti responsabili, nel novembre dell'anno scorso, a propormi autoritativamente di separarmi dai giovani (salvo visitarli ogni tanto) o di separarmi temporaneamente dall'Ordine. Visto che non mi sentivo di rifiutare la richiesta dei giovani di non abbandonarli senza prospettive, ho dovuto in coscienza seguire l'altra strada, cioè cercare un vescovo qualsiasi disposto ad accogliere me e i giovani. Fin dall'inizio mi è stato evidente che la formula propostami dai responsabili (“esclaustrazione”) faceva difficoltà ai vescovi con cui parlavo, perché identificata con la figura di un “frate in crisi” o “in rotta con i superiori”. Inoltre, essendo una soluzione a tempo, non garantiva la necessaria continuità della formazione.

Nonostante questa difficoltà, ho insistito per non rompere i rapporti coi frati, finché si è avvicinato il termine impostomi dai responsabili per trovarmi un vescovo accogliente. Allora mi è stata indicata come via unica per salvare il salvabile, quella di lasciare l'Ordine e iscrivermi al clero di una diocesi italiana il cui vescovo mi appoggiasse e lasciasse in Tanzania. L'arcivescovo di Catania , mons. Luigi Bommarito, che nel 1984 mi consegnò il crocifisso missionario con cui mi inviava nella parrocchia di Ismani, si è reso subito disponibile e così in pochi giorni il vescovo di Iringa mi ha concesso l'indulto di cui sopra. Insieme ai giovani e alle giovani di queste comunità, siamo andati subito a ringraziare Dio, anche se loro si sono subito accorti che in me c'era pure tristezza... Ho offerto anche questa croce per loro. Sia fatta la Volontà di Dio!

Con questa lettera intendo ringraziare pubblicamente l'arcivescovo Bommarito, di fresco eletto membro della Commissione episcopale per la comunione missionaria tra le Chiese, per il suo sostegno non solo morale. Come sapete, siamo figli della Chiesa e non liberi cittadini soltanto: nell'autorità ecclesiastica vediamo con la fede la guida di Dio nella nostra vita, e nei rapporti giuridici giusti cerchiamo una difesa della carità fraterna. E' quindi necessario avere una collocazione chiara davanti a Dio e ai suoi figli.

Mi rallegra anche il fatto che la stessa diocesi di Catania è, dal 30 luglio, responsabile della nuova parrocchia di Migoli, alla cui gestazione ho dedicato dieci anni della mia vita, e alla cui inaugurazione ho partecipato con tutti i miei giovani.

Per l'occasione siamo stati tre giorni ad Izazi, ospiti di Omero e Lucio, che in poco tempo hanno rimesso su le attività sociali sospese all'inizio dell'anno: macina, asili infantili, mensa scolastica, distribuzione dell'acqua... manca solo la bottega, almeno per ora. La gente era prostrata da questi mesi di abbandono forzato... e costretta ogni giorno a lamentarsi per quanto aveva perso per colpa di alcuni.

La nostra visita ad Izazi è stata anche un pellegrinaggio alle origini delle nostre comunità, da parte di chi vi ha vissuto e di chi si è aggiunto dopo; particolarmente toccante per tutti il rimettere piede nei due conventini ora desolati...

Poi la festa per l'inizio della nuova parrocchia, con l'insediamento dei miei nuovi confratelli, don Salvatore parroco e don Vincenzo vice. A loro vada tutto il nostro sostegno spirituale e materiale per il benessere integrale della popolazione di Migoli, Izazi e Makuka.

Infine mi sento in dovere di confermare pubblicamente la mia stima e il mio affetto ai Frati Minori Rinnovati d'Italia e di Colombia, cui auguro la massima fedeltà alla vocazione francescana.

Il Signore ci dia la sua pace !

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Ecco, il contadino attende con pazienza...» (Giacomo, 5,7)

Morogoro, 14-11-1995

Carissimi,

“haiwi, haiwi, ikawa!”. In termini più comprensibili alle vostre orecchie, questo detto significa: “non succede, non succede, è successo!” Sì, finalmente vi scrivo dalla nostra nuova diocesi, il cui vescovo, Telesforo Mkude, 50 anni alla fine del mese, ci ha accolti ufficialmente il 31 ottobre, appena arrivati da Iringa. Avevamo atteso là le elezioni politiche, purtroppo rivelatesi una farsa, e poi eravamo partiti, armi e bagagli.

Ora le ragazze vivono in una casa presa il affitto a Kigurunyembe e non in tre stanze pure in affitto a Ninja, sempre nella periferia di questa città in rapida espansione, e a pochi passi dal terreno in cui stiamo avviando la costruzione della nostra futura casa di studi, in posizione strategica per chi va, viene e deve frequentare questo o quel tipo di corso. Da qui andremo anche in giro a scegliere un villaggio in cui trasferirci appena smetterà la pioggia (che qui dura da ottobre a tutto giugno) per costruirci le nostre solite casette in terra e paglia, giacché “jogoo la shamba haliwiki mjini” (il gallo di campagna non canta in città). Tra l'altro, il municipio pretende costruzioni di tipo diverso, cioè almeno mattoni cotti con fango come malta e copertura in ondulati. L'unica consolazione è che un tale tipo di edificio sarà pur sempre poverissimo rispetto a quelli vicini degli istituti religiosi. Proprio oggi abbiamo benedetto i lavori e la prima pietra.

Allargando lo sguardo alla diocesi, c'è da dire che pur avendo un'estensione appena superiore a quella di Iringa (43.380 kmq.), ha una popolazione molto maggiore (1.070.706), appartenente soprattutto alla tribù Luguru, di tradizione matrilineare (cioè, a differenza di quasi tutto il Tanzania, i figli appartengono alla famiglia della madre, non del padre) e di religione prevalentemente musulmana (nella regione si dichiara islamico il 53% della popolazione, contro un 32% di Cattolici, un 14% di Protestanti e un insignificante 1% di pagani). C'è però da considerare che nella diocesi la prevalenza musulmana è maggiore, perché la zona più cattolica della regione fa diocesi a sé stante, mentre la diocesi di Morogoro si estende fuori i confini della regione, nella Costa che è la regione più islamica del Tanzania continentale.

Da qui partì l'evangelizzazione più di 130 anni fa, con centro in Bagamoyo (= butta il cuore!) famigerato mercato di schiavi da trasferire fuori dell'Africa, via Zanzibar. Missionari della zona sono stati gli Spiritani: dopo sei loro vescovi, è subentrato il primo pastore locale, Adrian Mkoba, deceduto il mese scorso, dopo 25 anni di governo e 2 di prepensionamento, per paralisi e altri acciacchi.

Il clero è principalmente locale, anche se negli ultimi anni sono affluiti diversi nuovi istituti missionari: oggi ci sono 8 istituti maschili e 8 femminili, tra cui quello delle suore diocesane (quasi 400). In questo contesto ecclesiale cercheremo di inserirci nel modo migliore, anche se ci è stato detto da tempo che le difficoltà non mancheranno... ma confidiamo nel Signore che ci guida con sollecitudine.

Anche il vescovo, nell'accoglienza, ci ha parlato di difficoltà: il caldo (siamo a solo 300 metri s. m. e a 200 km. dall'Oceano), le zanzare... sintetizzando tutto in due proverbi: “mwanzo mgumu” (l'inizio è duro), però “mvumilivu hula mbivu” (= chi è paziente mangia ciò che è maturo) !

Sabato approfittando di un piccolo ritardo del municipio nel concederci il permesso di costruzione, abbiamo fatto il nostro ritiro mensile, prima di buttarci a capofitto nel lavoro edilizio, che ci è ormai abituale: Izazi, Mkungugu... Pensiamo che ci farebbero comodo delle tende, anche in vista del nostro futuro lavoro tra i profughi!

Abbiamo fretta di costruire anche perché in questo mese tornano i nostri giovani dalle scuole (quest'anno una ragazza si è diplomata infermiera professionale, due maestre d'asilo, una sarta di 2° grado, una catechista, mentre i maschi continuano con le secondarie) e, dopo la lunga pausa di incertezze, stiamo ricominciando ad accogliere nuove vocazioni. L'area edificabile è di 390 mq, di cui 210 saranno chiostro, il resto locali per circa 18 persone.

Con queste buone notizie, vi auguriamo la pace del Signore !

fr. Riccardo Maria

 

NOTA ECONOMICA

 

Per la prima volta abbiamo fatto un resoconto economico delle nostre comunità (un totale di 50 persone, per metà agli studi). Ci si riferisce al periodo che va dell'1-2-1995 all'ingresso a Morogoro (pomeriggio del 31-10.1995), quindi nove mesi. Lo scellino equivale a meno di tre lire. Si riportano le fonti principali soltanto, dato che è il primo tentativo di autosostentamento da parte dei giovani. Ovviamente non si tiene conto di quanto guadagnato in natura.

 

ENTRATE:dall'Italia 2.725.200 scellini; dalla sartoria 302.045,

 

USCITE: alimentazione 705.905; trasporti 664.040; per studi dei nostri giovani 576.905; per persone esterne (soprattutto studenti) 510.000; cure mediche 96.170; stoffa e altro per la sartoria 92.550; telefonate e posta 63.690; igiene 52.860; kerosene per le lampade 45.162; prestiti 43.700; fotografie e fotocopie 27.400; macinatura granturco 19.010; sacchi vuoti 15.500; libri 10.500.

 

N.B. altri 800 $ dall'Italia sono stati usati per il viaggio di John a Roma (dove ha iniziato il corso filosofico-teologico per il sacerdozio) e 200 prestati.

 

 

 

 

«Vi annunzio una grande gioia…» (Luca 2,10)

Morogoro, 24-12-1995

Carissimi,

siamo alla vigilia di Natale e tutti si preparano per la festa del Salvatore di questa umanità così bisognosa ma anche così restia ad accogliere davvero questo dono tanto grande. Naturalmente i preparativi che vediamo fare in questa città sono più simili ai vostri che non quelli di Mkungugu, e soprattutto quelli di Izazi. A volte mi chiedo dove prende i soldi questa gente… a volte me lo chiedo meno, come quando provo inutilmente a mandare qualche nostro giovane ammalato all’ospedale: perché quello che dovrebbe essere quasi gratuito non lo si può ottenere se non dando al personale una buona offerta! La corruzione è stata uno dei temi dominanti della campagna elettorale, mentre la richiesta di assistenza sanitaria era al primo posto nelle urgenze dei cittadini. Cosa se ne farà ora che c’è il nuovo presidente e relativo governo, beh, lo vedremo col tempo. Intanto è meglio rivolgersi a dispensari privati che morire o contribuire alla corruzione del paese! Scusate queste divagazioni apparentemente poco pertinenti nel clima di gioia natalizia, ma sappiamo che il vero Natale di Betlemme era proprio quello di chi aveva bisogno di assistenza e non l’ha avuta, tanto da ricorrere ad un parto tra il fetore delle bestie…

Ci ricordava qualcosa del genere il nostro vescovo durante il rito di giovedì scorso nel futuro chiostro del conventino in costruzione. Che rito? Beh, ha voluto presiedere personalmente all’inizio del periodo di prova da parte dei nostri giovani più maturi (8 femmine e 5 maschi, la più giovane 21 anni, il più grande 38): quello che i religiosi chiamano noviziato. Nel caso, non è solo la loro prova personale, ma è la prova di questa nuova fondazione che cerca la sua via nella Chiesa. Mi sono messo in prova anch’io, rimasto senza voti dopo l’uscita dai Frati Rinnovati. Ho preferito non farne altri prima di questi miei fratelli. Durante i prossimi due, se non tre, anni, cercheremo insieme la luce di Dio per una nuova vita francescana africana, poi ci impegneremo insieme a condurla. Intanto i più giovani (che sono una quarantina) sono fieri di questi che saranno i loro educatori: non solo perché con la tonaca fanno una bella impressione e danno tono all’ambiente, ma perché dimostrano maturità e danno un senso di certezza, come ha potuto ammirare sr. Pierfirmina tornata dopo un anno di assenza a garantire, anche se a intermittenza, un tocco di femminilità nella comunità delle ragazze. E’ certo che le prove di quest’anno, nonostante o proprio grazie al grande dolore, hanno fatto maturare nella fede questi giovani che hanno saputo attendere l’ora di Dio.

Tornando al vescovo, ha detto anche tante altre cose che ci riguardano, come il fatto che ha molta fiducia nel nostro sviluppo e che da vero Cattolico non sarà così egoista da tenerci solo per la sua diocesi. A lui basta garantire che questo piccolo seme abbia un terreno in cui germogliare e poi crescere. E’ anche questo un evento natalizio! Ci siamo preparati ad esso con l’impegno dell’Avvento, nella preghiera, nel lavoro edilizio ed agricolo (i Missionari del Preziosissimo Sangue, oltre ad ospitarci gratis per una settimana di esercizi spirituali, ci hanno concesso l’uso di una quarantina di acri a 7 km. da qui), nonché nelle lezioni quotidiane. E’ stata una bella fatica, ma si comincia a vedere qualcosa: le prime stanze che già abitiamo, coi servizi e la cappella quasi coperta…

Questa notte andremo in cattedrale, invitati dal vescovo, che ci ha anche imposto di cominciare a scrivere la nostra cronaca a pro’ dei posteri… un lavoro che avevo finora evitato per non dar adito a manie di grandezza, ma che ora affronteremo per obbedienza. C’è anche chi ha provveduto ad immortalare nelle foto il nuovo inizio.

Siccome esso corrisponde alla fine dell’anno, penso bene darvi un’idea anche dell’attenzione data all’istruzione di queste vocazioni e di giovani esterni. A parte il costo, non crediate sia semplice trovare il posto e adempiere le relative condizioni. Nel leggere il rendiconto tenete anche in mente che in genere le scuole aprono a gennaio e chiudono a novembre/dicembre, ma altre aprono a luglio. Ci sono poi spese per esami non superati. Invece i parenti dei ragazzi contribuiscono in misura più o meno grande, quindi i costi reali sono superiori a quanto qui indicato, naturalmente in scellini (= 2 ½ / 3 lire).

 

NOME

SCUOLA

SUSSIDIO DALL’ITALIA

NOTE

INTERNI ALLA FRATERNITA’

ACHILEUS

1° Superiore

in complesso:

407.930

= in media a testa

59.275

promosso

ELIUDI

1° Superiore

promosso

NESTORI

1° Superiore

promosso

SIMONI

1° Superiore

promosso

PAULI

1° Superiore

promosso

POSENTI

2° Superiore

promosso

ANTONI

3° Superiore

promosso

JASMIN

1° Superiore

in complesso:

185.000

= in media a testa

61.667

promosso

FELISIANI

3° Superiore

promosso

DESIDERI

3° Superiore

promosso

TADEUS

1° Superiore

30.000

promosso

PETER

5° Superiore

11.100

iniziato a luglio

JUVENALI

1° Tecniche

3.000

iniziato a luglio

MAGDALENA

2° Catechesi

iin complesso:

133.700

= in media a testa

44.567

smesso ad agosto

KAROLINA

2° Catechesi

smesso a giugno

HELENA

2° Catechesi

diplomata

YUSTA

2° Maestra Asilo

in complesso:

111.500

= in media a testa

55.750

diplomata

ENERI

2° Maestra Asilo

diplomata

VERONIKA

3° Economia Domestica

in complesso:

180.800

= in media a testa

60.266

diplomata

FAUSTINA

1° Economia Domestica

smesso ad ottobre

ANA

1° Economia Domestica

smesso ad ottobre

ESTERNI ALLA FRATERNITA’

THEONESTI

2° Superiore

49.000

promosso

ALEKSANDA

6° Superiore/Magistero

109.000

ripromosso/iniziato ad ottobre

MONIKA

Infermieristica

61.500

iniziato a luglio

EDITHA

Infermieristica/Ostetricia

390.000 (compresi arretrati)

diplomata infermiera professionale/ iniziato a luglio

LIGHTNESS

2° Superiore

80.000

promossa

SPESE PER ESAMI DI AMMISSIONE

41.700 (interni 31.200/ esterni 10.500)

TOTALE GIOVANI INTERNI

1.094.230

TOTALE GIOVANI ESTERNI

700.000

 

Come potete capire, le grosse differenze dipendono dalla distanza delle sedi, dal fatto che la scuola è privata o pubblica, dal contributo dei parenti, dal livello dell’istruzione impartita, etc. Diciamo che le spese effettive per un anno di superiori attualmente non sono al di sotto dei 100.000 scellini. Ma a parte la spesa, la questione decisiva è la qualità dell’insegnamento: gran parte delle scuole private ed anche statali producono ben poco. Non per niente ogni anno il governo pubblica la classifica di tutte le scuole in base ai risultati degli esami finali, e l’elenco vede sempre in testa una lunga serie di seminari… Come consueto, c’è da rimboccarsi le maniche per l’anno nuovo! In esso il Signore vi dia la sua pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Riconoscendo la grazia a me conferita,

Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne,

diedero a me e a Barnaba la loro destra

in segno di comunione» (Galati 2,9)

Morogoro, 12-2-1996

Carissimi,

mi è stato gradito constatare che in molti avete accolto con sollievo le ultime notizie da questa città in espansione, in particolare l'inizio del periodo di prova, per il nucleo di questa comunità nascente. Ma ancor più importante per noi è l'esperienza già fatta dall'apostolo Paolo quando salì a Gerusalemme a dare delucidazioni sul proprio lavoro missionario, come espresso in capo a questa circolare.

Sì, nella Chiesa l'esperienza della comunione è essenziale, specialmente la comunione con le colonne, cioè con coloro posti dal Signore a reggere tutto l'edificio. È l'esperienza che stanno facendo in questi giorni i vescovi tanzaniani, tutti a Roma per visitare le tombe degli apostoli e incontrarsi con il Papa e i suoi collaboratori.

Per chi non lo sapesse, è un dovere quinquennale che le Conferenze nazionali o regionali dei vescovi adempiono a turno. Certamente è a tutti più noto il caso inverso, cioè la visita del Papa ai vari paesi e diocesi. Ma il principio è lo stesso: stringere rapporti di comunione affettiva ed effettiva, dato che il Signore ha affidato “in solido” (cioè a tutti gli apostoli insieme con Pietro, e ora a tutti i vescovi insieme col Papa) l'evangelizzazione del mondo. Nessuno può compiere isolatamente questo lavoro, e nessuno può estraniarsene, preoccupandosi solo del proprio “campanile”.

In questa prospettiva, vediamo sempre più diocesi prendersi cura di parrocchie lontanissime e bisognose. Ricorderete senz'altro che ha fatto così l'arcidiocesi di Catania con la parrocchia di Migoli, di cui fanno parte Izazi e Makuka a noi così care. Beh, l'arcivescovo Bommarito, terminata la visita pastorale ad alcune sue parrocchie, ha preso l'aereo per visitare tale parrocchia missionaria e così sottolineare l'impegno di evangelizzazione di tutte le sue parrocchie etnee. Sabato scorso ha celebrato qui, di fronte al conventino maschile ormai quasi finito, esprimendo la sua gioia di essere con questa comunità che, tramite me, suo prete diocesano, pure gli appartiene. Il giorno precedente ne aveva parlato a lungo col vescovo locale, in un colloquio di decisiva importanza per noi. Non ci ha fatto mancare neanche un buon contributo economico a nome dell'arcidiocesi col più caldo incoraggiamento a proseguire per illuminare l'Africa e non solo questa. Il Signore lo ricompensi.

Già prima di questa visita, avevamo colto dei segni di sempre più positiva accoglienza da parte della Chiesa locale, sia semplici fedeli che gerarchia. Finalmente mi era stata assegnata la Messa domenicale a Pangawe, il primo villaggio fuori del comune di Morogoro, abitato quasi esclusivamente da Musulmani. Ma la domenica seguente il vescovo mi faceva iniziare il turno in una delle quattro Messe domenicali della sua Cattedrale, sempre piena di gente. Abbiamo avuto anche parecchie visite e il primo dono da parte di un prete diocesano (due sacchi di riso non brillato). Tutti segni di comunione.

Quanto ai ragazzi (e alle ragazze), dopo il nostro trasferimento qui, ne abbiamo già accolti altri 17. Per loro tra oggi e domani inizierà un corso introduttivo sulla vocazione. I prossimi li accoglieremo a luglio: ce ne sono già in lista. La cosa più sorprendente non è il numero, quanto la facilità con cui si inseriscono in comunità. C'è un clima così familiare e sereno, che subito si sentono a casa loro. Non che manchino gli aspetti duri... nel cibo, nel ritmo di vita e di lavoro (lunedì comincerà anche l'aratura...), ma la gioia e la fraternità prevalgono su tutto. Particolarmente gradite le conferenze e lezioni quotidiane, seguite con molto interesse. Oltre al sottoscritto e a suor Pierfirmina, abbiamo approfittato della collaborazione di una consacrata secolare (ex ragazza madre) per l'educazione sessuale, di un diacono da venti anni in attesa di ordinazione sacerdotale, nonché di un cappuccino svizzero da oltre cinquanta anni in Tanzania per i ritiri mensili e le confessioni. Certo vicino ad una città ci sono possibilità che non c'erano ad Izazi e Mkungugu.

Vedremo quindi le prossime collaborazioni. Non sempre sono facili. La formazione è un compito così delicato che non si può delegare a chiunque. Anche nella Chiesa vi sono prospettive a volte molto divergenti, sia a livello teorico che pratico. Non posso fare a meno di notare che la pastorale locale risente molto dello stile nord-europeo dei suoi primi evangelizzatori, così differente dallo stile italiano che domina ad Iringa; per esempio, il sacramento della riconciliazione (la “confessione”) ha qua un posto veramente marginale, mentre l'esperienza pastorale dice quanto questo elemento sia decisivo per la vitalità della comunità ecclesiale.

Da parte nostra, continuiamo a seguire la linea ufficiale, approfondendo con la Bibbia il Catechismo della Chiesa Cattolica, così chiaro e ricco di contenuti. Naturalmente si tratta di tradurlo in lingua e cultura locale, in attesa dell'edizione Swahili ufficiale. Vi assicuro che è un lavoro a me molto più congeniale che non quello di costruire. Una persona mi ha scritto scherzando: “Siete diventato un costruttore di appartamenti oltre che di 'Santi' per il Paradiso. Non è che da piccolo la vostra aspirazione era fare il 'palazzinaro'? Se è così, stavate meglio in Italia. Sareste diventato, a questo punto, ricco sfondato. A voi però piace costruire conventi e qua non è che ce ne sia tanto bisogno vista la mancanza di vocazioni sia maschili che femminili. In Italia vi è piuttosto un grande bisogno di carceri per rinchiudere i vari tangentisti che spuntano come funghi”. Fin da quando entrai in convento fui messo in guardia dal “male della pietra”, cioè il vizio fratesco di costruire tanto per fare qualcosa e lasciare un ricordo di sé... Come ha intuito la suddetta persona, il mio caso è diverso: c'è un'effervescenza vocazionale da sistemare, a parte la necessità francescana di essere sempre pronti a lasciare il nido per non contrastarlo a nessuno, anzi ad andare altrove a fare penitenza quando non si è graditi in qualche posto.

E con questo accenno alla penitenza che si può e si deve fare in qualsiasi posto, vi auguro una santa Quaresima in preparazione alla Pasqua del Signore, nostra pace !

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Chi non vuol lavorare neppure mangi»

(2 Tessalonicesi 3.10)

Morogoro, 8-4-1996

Carissimi,

vi scrivo oggi, lunedì di Pasqua, approfittando di un po' di pausa negli impegni di formazione, mentre una buona parte dei ragazzi sono diretti ad un'assemblea ecumenica in onore di Cristo Risorto che si terrà tra poco nella cattedrale luterana. La notte della Resurrezione l'abbiamo festeggiata col nostro Vescovo e la Chiesa cattolica di Morogoro, finendo alle tre. Ma poi nessuno è andato a schiantarsi con la moto contro un albero...

Anche le altre liturgie della Settimana santa le abbiamo vissute nella nostra cattedrale. Quanto alla Quaresima ho lasciato ai novizi scegliere cosa fare, dopo avere spiegato loro più in dettaglio cos'è la penitenza cristiana, e le sue tre principali dimensioni: la preghiera per restaurare il rapporto con Dio, il digiuno per regolare l'equilibrio interiore tra spirito e corpo, le opere di misericordia per realizzare il grande comandamento dell'amore. In un contesto musulmano come questo (quest'anno i seguaci di Maometto hanno terminato il loro mese di digiuno proprio il giorno prima che noi Cristiani iniziassimo la Quaresima, così la loro festa di Idd-el-Fitr è coincisa col nostro digiuno del Mercoledì delle Ceneri) i novizi hanno ritenuto bene sottolineare il digiuno corporale, saltando il pranzo di tutti i giorni feriali della Quaresima. Del resto l'impegno di molti preti di qua è di moderare lo zelo dei Cattolici che si astengono da ogni cibo fino al tramonto, per non essere da meno dei Musulmani, e tutt'al più si chiedono se sia lecito bere acqua. Per la nostra gente, se il digiuno è una cosa buona, lo si deve fare sul serio... così hanno anche pensato i novizi, e sono rimasti soddisfatti del risultato. Come vi dicevo, cerchiamo la nostra strada come francescani “Africani”: per questo lascio decidere ai nativi, anche se è ormai comune la battuta che io sono più africano di loro... cosa che può essere vera solo in minima parte.

A parte il digiuno e come suo frutto, con la Quaresima abbiamo iniziato l'assistenza domiciliare quotidiana a una coppia di anziani della zona che sono particolarmente bisognosi. Come sapete bene anche in Italia, le città hanno un po' di tutto: dall'opulenza alla miseria più incredibile... e Morogoro non fa eccezione (la settimana scorsa la pioggia si è portata via una decina di case di terra, mentre altre fanno paura solo a vederle: non so con che coraggio ci si dorma dentro, essendo le pareti già inclinate di 20°).

Ovviamente le richieste di aiuto aumentano, essendo la gente più numerosa che in un villaggio, ed avendo già noi una certa fama: l'altra settimana è venuto a chiedere aiuto anche l'economo di un centro governativo di assistenza ai disabili, non avendo più da dargli polenta. Certo è triste che questi poveracci mangino solo erba, ma è ancor più triste dover accertare che la causa è soprattutto la furbizia dei dipendenti governativi che si spartiscono quanto destinato ai disabili... costringendoli quindi a riversarsi in città a chiedere l'elemosina. La Caritas diocesana, che finora contribuiva molto al loro mantenimento, ha dovuto scontrarsi con l'esperienza di tale furbizia, specialmente quando ha donato latte che poi i destinatari hanno visto col binocolo! Unico stratagemma e consiglio è di consegnare direttamente ai disabili quanto procurato.

Nostro ospite d'onore in queste festività pasquali è Alì, un profugo somalo, non in regola con i documenti, che avevo incontrato a Dar es Salaam a febbraio. Avendo approfittato della propria magrezza per liberarsi delle manette ai polsi, ha pensato bene rintracciarmi qua. Tra l'altro è un buono stimolo a non dimenticarsi del dramma dei rifugiati, sottolineato dal Papa ai Vescovi tanzaniani e privilegiato da noi per il nostro impegno futuro.

Tornando al presente, la pioggia sta facendo sul serio da un paio di settimane. Come un po' tutti, anche noi siamo andati a piantare la campagna di cui vi avevo parlato quando i ragazzi e i proprietari (i missionari del Preziosissimo Sangue) provvedevano a liberarla dalla vegetazione spontanea. Gli stessi missionari ci hanno arato (noi pagando solo le spese vive) i sedici ettari in cui poi abbiamo seminato granturco (soprattutto), fagioli, cocomeri, cetrioli, zucche, arachidi e patate dolci. Ora abbiamo cominciato la sarchiatura, che sarà da ripetere almeno una volta. Nel fare questi lavori abbiamo fatto la conoscenza con una specie di formica con l'argento vivo addosso e un veleno che fa stare alla larga i serpenti; l'hanno importata e diffusa a tale scopo gli Europei che in passato vi coltivavano a scala mondiale l'agave da sisal di cui la Tanzania aveva il primo posto nella produzione (non so ora) e il crollo del cui prezzo ha danneggiato gravemente il Paese. Ma più che a questo insetto fastidioso, dovremo badare presto ai cinghiali locali e alle scimmie, nonché ad eventuali ladri. Ci sarà bisogno di una presenza fissa fino al raccolto (inizio agosto), a parte il disagio attuale di essere lontano sette chilometri. L'altra settimana un tale, che ci aveva già visti passare il giorno prima, mi ha chiesto come mai noi che riceviamo sussidi dall'estero ci diamo il pensiero di coltivare. Gli ho risposto con un proverbio locale che ha fatto pensare e poi ridere tutti quelli che con lui aspettavano i mezzi di trasporto: “Ukienda kuomba moto, lete walau kigae cha kukingia!” (“Se vai a chiedere il tizzone, porta almeno il pezzo di tegola per portarlo via!). Cioè non chiedere tutto al tuo vicino, fa' anche tu la tua parte, quello che puoi.

Uno dei grossi problemi dell'Africa in generale, e della sua Chiesa in particolare, è l'autosufficienza economica, sottolineata dal Sinodo di due anni fa, e un po' meno dal Papa nella sua lettera post-sinodale “Ecclesia in Africa”, Sì, perché Giovanni Paolo II ha fatto notare che è una meta per ora irraggiungibile, sicché puntare su di essa con tutte le forze può significare perdere di vista l'essenziale. Ad esempio un parroco darebbe più tempo ai suoi progetti di autofinanziamento che all'apostolato fra la gente; o una comunità di suore darebbe tutto di sé nella campagna trascurando la catechesi nelle scuole, lasciando così gli alunni privi dell'insegnamento religioso. Sono ipotesi tutt'altro che remote... mentre la sproporzione tra personale ecclesiastico e popolazione non fa di meno!

Quindi mentre si cerca un equilibrio difficile a livello di Chiesa, anche noi facciamo altrettanto nella nostra via africana al Vangelo eterno di Francesco. Affrontando a modo loro lo stesso problema, i suddetti missionari l'anno scorso hanno invitato alcuni professori universitari di economia: i quali però li hanno del tutto scoraggiati, spiegando che le uniche attività redditizie in Tanzania, se si vuole essere onesti soprattutto con lo Stato, sono il turismo e i trasporti; finendo col consigliarli che, se hanno soldi e desiderano farli fruttare, li investano in Europa, destinando il profitto alle loro missioni; cosa che del resto fanno già i loro confratelli in India.

A un livello diverso, anche perché i nostri consumi sono diversi, noi quest'anno proviamo a coltivare la suddetta campagna per vedere di essere autosufficienti per l'alimentazione, come fanno un po’ tutti gli istituti, seminari etc. Del resto, assieme alle bocche, le braccia non mancano: siamo più di sessanta, tanto che ho cominciato a rispondere alle nuove richieste di ammissione che quest'anno non c'è più posto per i ragazzi, magari per le ragazze sì. Non è tanto il posto materiale che manca, quanto la possibilità di formarli bene se superano un certo numero. Almeno finché non finiranno la loro “prova” quelli già avanti nella formazione che, dall'anno prossimo, potranno avviare la formazione di nuove comunità ed assumersi la responsabilità di educatori.

Ecco le nostre prospettive, speranze, sperimentazioni, contando sulla forza del Signore Risorto, nostra pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia» (Matteo 5,7)

Morogoro, 12-6-1996

Carissimi,

probabilmente avete avuto un sussulto al sentire dell'uccisione del missionario stigmatino Giuseppe Schiavo, uno della ventina d’italiani residenti in questa regione. Alla Messa solenne di suffragio, il nostro vescovo ha tenuto a sottolineare che non si è trattato di un fattaccio a sfondo religioso fondamentalista, ma di un semplice agguato a scopo di rapina, giacché era l'economo della comunità. Meglio così, anche se purtroppo ormai lui se n’è andato. lo non l'avevo mai visto, a differenza di quella Katina (o Caterina), trentina settantenne, maciullata l'anno scorso in Burundi, che avevo conosciuto a Dar es Salaam nel 1985, rincontrandola ancora la e poi ritrovandomela dalle Camaldolesi per seguire un corso d’esercizi spirituali da me tenuto alle Suore della Consolata nel 1989. Il vescovo, ribadendo la necessità di missionari per la diocesi e l'invito a che non si scoraggino, ha ricordato anche il grosso cimitero che a Bagamoyo ospita quelli del secolo scorso: In gran parte morti dopo pochi mesi d’Africa per via delle zanzare malarifere; mentre questo è morto per l'assalto d’esseri umani presi dalla febbre del denaro...

Quest'anno sono anche morti diversi genitori dei miei ragazzi e ragazze, l’ultimo alla fine di maggio. Essendo questo di Mkungugu, ho conosciuto bene la famiglia e la vicenda che penso valga la pena di raccontare. Sposato regolarmente in chiesa con una fervente dirigente cattolica, dopo il sesto figlio pensò bene di abbandonarla per vedere un po' il mondo. La donna, fedele, si tirò su la prole per dieci anni cercando inutilmente di riportare a casa il marito, che giusto giusto viveva qui a Morogoro. Vedendo che da un bel pezzo era sempre malato, andò a prenderselo, riuscendovi solo dopo aver prima subito un netto rifiuto della parentela di lui. Ha spiegato alla gente del villaggio: “Siamo stati separati quando era sano, ma ora che sta male... è mio marito”. Cosi gli ultimi mesi di AIDS li ha passati in famiglia. La vedova ha risposto l'altro ieri alla mia lettera di condoglianze (e di ringraziamento per la testimonianza data): “Ringrazio Dio per il suo grande amore che mi ha concesso, da quando ho preso ad assistere la mia metà fino al momento in cui mi ha lasciata”. Sappiate che non è la sola da queste parti a saper perdonare fino a tale punto di eroismo, affrontando il pericolo prossimo di contagio. Naturalmente ora chiede preghiere per sé... Due facce contrapposte della stessa Africa, di questo nostro bel mondo: chi toglie la vita e chi la dona!

Lasciando i discorsi troppo seri, vi annuncio la fine dei lavori di costruzione del nostro conventino (saldato il muratore una ventina di giorni fa, i miei falegnami autodidatti stanno completando le ultime porte) e il costo complessivo (a parte il nostro lavoro, è chiaro): dieci milioni di lire o poco più, compresa la soffitta ricavata sopra tre stanzoni. Così, finalmente, la cappella è vivificata dalla presenza di Gesù nel tabernacolo, e tutta la comunità va assumendo di nuovo uno stile più da religiosi. Le ragazze sono ancora a pigione, ma prossimamente cominceremo a fabbricare i mattoni per la loro casa, che sarà a quasi mezzo chilometro da qui. Stiamo anche cominciando a pensare col vescovo alla costruzione della chiesa per la gente della borgata che, con l'espansione prevista, diventerebbe poi parrocchia (naturalmente non ce la prenderemo a carico noi!

Nel frattempo, per non annoiarci, c'è ancora lavoro in campagna: finire la seconda sarchiatura di giorno, scoraggiare i cinghiali di notte, ma anche cominciare a raccogliere e arrostire le pannocchie e altro. Speriamo di mieterne due o trecento sacchi, di cui una ottantina a nostro uso e consumo. Quanto al nostro “personale”, c'è da aggiungere che tre ragazzi sono andati in prestito da Padre Francesco, nostro gran benefattore che aveva paura di restare da solo durante le vacanze dei suoi seminaristi, mentre altri tre sono a Dar es Salaam, richiesti dal vescovo per tenergli momentaneamente e attivargli la casa-procura da poco acquistata. Le ragazze, al sentire, hanno commentato ridendo: “Mandi i figli dalla zia”, riferendosi al costume locale di prestare i figli a chiunque della parentela ne faccia richiesta per qualche servizio anche di lunga durata. Pure questo fa parte di quello stile di famiglia che vogliamo promuovere nella Chiesa d'Africa, secondo le indicazioni del Sinodo per la sua inculturazione.

Grazie a Dio, anche per i nostri seminaristi lontani è vacanza, e in gran parte la passano qua, così il convento è sempre pieno. Per l'anno venturo abbiamo progettato col vescovo una novità e cioè raccogliere tutti i suddetti nel suo seminario, a due chilometri da qua, che è una delle migliori scuole della nazione. Così faciliteremo i contatti, diminuiremo le spese e i rischi dei lunghi viaggi in corriere duellanti “senza macchia e senza paura”. Quest'anno essi sono ben 18, a parte due che imparano la sartoria. Quanto alle ragazze, oltre alle 12 che frequentano corsi vari, ci sono le prime due iscritte alle secondarie: è una piccola risposta alle sfide dell’anno della donna e all'appello a promuoverla che per l'occasione il papa fece; è pure una premessa per un mondo migliore, come speriamo sia quello del prossimo millennio.

E dopo aver parlato di vacanze, viene naturale augurarle buone anche a voi, con la benedizione e la pace di Dio!

Vostro fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Il giovane disse a Gesù: ...che mi manca?» (Matteo 19,20)

Morogoro, 17-8-1996

Carissimi,

di cosa vi parlerò questa volta? Me lo domando anch'io, e da tempo, perché la vita di qua, pur movimentata, gira e rigira, è un po' sempre quella.

Sono quasi dodici anni che ricevete notizie dalla Tanzania, e quindi la fase più entusiastica è passata; anche perché s’invecchia... Qualcuno che ha visto mie recenti foto, me lo ha rilevato. Già, come se non me ne fossi accorto! A parte che qua mi chiamano spesso “babu" (nonno), lassù si afferma che “dopo la quarantina, un acciacco ogni mattina...” Speriamo che al declino fisico, lento ed inesorabile, corrisponda l'invigorimento spirituale, la fedeltà quotidiana al progetto del Padre celeste, la crescita nell'amore per Lui e per ogni uomo. È quanto si propone la preghiera. Personalmente, mi sento arrivato alla maturità, al momento di poter dare il meglio di me stesso, con una buona visione della realtà.

Tre giorni fa sono passati di qua padre Contiero e una ventina di giovani italiani. Il suddetto è cappellano universitario a Bologna e da venti o trenta anni organizza puntualmente un giro in Tanzania, per sensibilizzare alle problematiche terzomondiali l'ambiente intellettuale affidatogli. Li prepara durante l'anno con conferenze e altro, poi li porta qua ad incontrare soprattutto missionari per confronti che toccano il politico e il religioso. Poi, dopo una ventina di giorni, li lascia liberi di andare e tornare dove preferiscono, chi qua e chi là. Da sei anni la mia missione è entrata nel suo tour, e ogni anno qualche ragazzo viene a stare un po' di giorni con noi.

Il primo anno uno mi assicurò che se avesse incontrato un marziano invece che me non si sarebbe stupito di più... Ogni volta fa un certo effetto questo tipo d’incontri: a parte che mi diventa sempre più difficoltoso esprimermi in italiano, specie su questioni serie, per me un confronto con il mio passato, con le problematiche di fondo della gioventù, con la cultura da cui provengo, e per loro lo è con scelte di fede per me ormai acquisite e scontate tanto da stupirli ed attrarli. Li vedo cosi assetati di verità, di certezze per la loro vita, e d’amore da ricevere e da donare! Una buona parte è miscredente: se penso in quale ambiente sono cresciuti, non me ne stupisco. È vero che chi cerca (Dio) trova, ma deve essere davvero difficile avviare una ricerca seria. I miei ragazzi, pur non capendo quanto stiamo dicendo in italiano, si entusiasmano sempre al vedere l’ambiente che si crea in queste conversazioni, così lontane dallo stile di qua, molto meno problematico, in cui le scelte possono apparire molto più irrazionali.

Per fare un esempio, sempre giovanile e “vocazionale”, mi ha scritto un paio di mesi fa una ragazza della tribù tanzaniana più progredita. L'avevo conosciuta alcuni anni fa quando entrò in una congregazione religiosa per diventare suora. Arrivata al noviziato, si trovò cacciata via con tutte le 26 compagne (salvo ripescaggi successivi). Non è cosa strana da queste parti: l'anno scorso furono espulsi tutti i seminaristi del Maggiore di Kipalapala, e i relativi vescovi furono avvertiti che se li avessero ripresi contro il parere dei responsabili del seminario, beh, i prossimi se li formassero da sé!

Questa ragazza, dopo sei mesi di travaglio, mi ha rintracciato fortunosamente per posta dicendomi: “Dopo aver chiesto la luce allo Spirito Santo, ho pensato di chiederti un aiuto economico per le piccole spese quotidiane, altrimenti non ho alternativa; comincerò una vita dissoluta... Non lasciarmi nell'annientamento... Dio che mi ha mandato da te, mi ha mostrato lo strumento che mi aiuterà”. Rispondendo ad una mia, mi ha scritto ancora: “Quando ho affermato che in mancanza del necessario potrò diventare dissoluta, non è perché me lo proporrò io, ma la situazione stessa mi costringerà”.

Il bello è che dice di aver abbandonato l'ideale della consacrazione a Dio, nonostante la vocazione, perché, come accennavo, prendere qualcuno uscito da un'altra parte, qua è considerato quasi un insulto a chi aveva a che fare con lui nel precedente seminario o congregazione. C'è una specie d’impegno collettivo nella Chiesa tanzaniana. Per cui questa ragazza sa che perderebbe solo tempo e francobolli a cercare un'altra comunità. Noi abbiamo accolto una sua compagna, ma si sa che la nostra è una vita particolare.

Cosi, persa la speranza, eccola pronta ad arrendersi alla furbizia e al denaro di chi può... dal convento al concubinaggio! Senza neanche tremare, forse, alla prospettiva di finire in poco tempo nella fossa. Sì, perché a parte la sorte eterna, l'AIDS continua implacabile. Al termine del mio corso di sessuologia tenuto ai ragazzi, ho fatto intervenire sull'argomento l'ispettore scolastico di zona (un anglicano) che se ne occupa attivamente, girando di notte con altri nei vari casini per affrontare le prostitute e i diffusori di spettacoli pornografici (ormai in espansione, attraverso le videocassette). Ci ha fornito i dati di questo quartiere: un terzo di sieropositivi. Lo stesso risulta da un prelievo nelle scuole secondarie gestita dalla nostra diocesi: 63 su 200.

Per ora le ho mandato qualche soldo, e le ho promesso di mantenerla agli studi se si trova un corso (cosa che desidera tanto). Quel che resta sconcertante è questa facilità di passare dalle stelle alle stalle. C'è davvero una convinzione di fede alla base della decisione, da parte di alcuni, di entrare in convento? Può essere. Subentra poi il fatalismo, la rassegnazione completa di colore islamico (“Dio non mi ha voluto...”), e chissà cos'altro (magari la convinzione che la vocazione non poteva riuscire perché uno zio non la condivideva...): così la buona volontà di fare qualcosa per Dio va a farsi friggere. Ritorna cosi l'urgenza di fondare solidamente la crescita tumultuosa delle strutture ecclesiali. Il nostro è un tentativo in questo senso, che continua a raccogliere consensi nell'ambiente.

L'altro ieri ci hanno finalmente consegnato il lotto di terra (1034 mq.) per l'erigendo conventino femminile. Gli stavamo dietro dall'anno scorso! Gli uffici fanno impazzire. A parte che non si fa niente senza bustarelle (noi abbiamo aggirato quest’ostacolo immorale), giorni fa due persone si sono reciprocamente sorprese a preparare i loro blocchetti in cemento sullo stesso lotto: uno l'aveva avuto assegnato dal municipio, l'altro dalla regione! A noi sembra l'abbia assegnato l'ente giusto: quindi abbiamo fatto già pulizia e installato il prefabbricato che ci segue da Izazi come contenitore del materiale da costruzione. Confidando nella Provvidenza divina, avevamo iniziato da una settimana la fabbricazione dei mattoni (che ci farà risparmiare un paio di milioni di lire), pur continuando la raccolta delle arachidi in campagna (oltre tre sacchi, non sbucciate).

Oggi ho portato un progettino dal geometra. Con i novizi stiamo rivedendo la bozza di Costituzioni da presentare al vescovo. Intanto le richieste apostoliche aumentano...

Per quanto riguarda Izazi, Omero è rientrato temporaneamente in Italia, lasciando la missione in mano ad un giovane Masai. Quanto ai frati minori rinnovati, in luglio hanno avuto il Capitolo generale, in cui hanno deciso di non tornare in Tanzania fino all'ordinazione sacerdotale (l'anno prossimo) di un frate locale. Poi forse si sposteranno da Izazi alla zona di Mafinga per facilitare l'ambientamento degli europei. Inoltre il Capitolo ha rinnovato il Consiglio generale.

Aspettiamo Luigi, Lucio e il container... Per il ragazzo della psicologia (ultimo anno), con i soldi di X (una parte) l'ho mandato in Kenya a studiare filosofia.

Mi viene ora in mente quella battuta che quando uno non sa che dire, parla senza fine. Allora taglio. Buona ripresa delle attività! Con la pace del Signore nel cuore...

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Motivo di lieto riso mi ha dato Dio:

Chiunque lo saprà sorriderà di me!» (Genesi 21,6)

Morogoro, 15-10-1996

Carissimi,

vi avevo lasciato con le notizie della assegnazione di un lotto per l'erigendo conventino, e dei primi lavori di preparazione. A due mesi di distanza, abbiamo finito le fondamenta, abbiamo cotto due montagnole di mattoni e costruito in misura notevole i due lati più lunghi. Il tutto con l'aiuto di un solo mastro. Tenete sempre conto della situazione locale, per cui, ad esempio, l'acqua necessaria la portano in testa o con la carriola, dalla fontanella che funziona meno lontana, se no da qualche stagno...

Mio fratello Luigi, venuto con l'amico Lucio (rispettivamente al quarto e al sesto safari...) per restare un paio di mesi in occasione dell'arrivo del lungo container (“lungo” in tutti i sensi, per le dimensioni e per i tempi che ha richiesto, specialmente con la moltiplicazione delle leggi dei paesi interessati) da loro con altri riempito in Italia, mi ha chiesto un po' preoccupato se dopo questo conventino ci sarà bisogno di avviare altre iniziative. Forse ve lo chiedete anche voi.

Gli ho risposto che questo è solo l'inizio della nostra espansione, il big bang di Izazi e Mkungugu ci sospinge ad allargare il nostro cuore e le nostre attività a tutta l'Africa e magari anche oltre. Tanto per cominciare, siamo già d'accordo col Vescovo di qua di avviare l'anno prossimo una nuova missione a Kiroka, un villaggio per tre quarti musulmano a 20 km. dalla città. A dire il vero è già parrocchia da oltre venti anni, ma nessun prete ci ha mai abitato. Il parroco ci va la domenica, previo rimborso della benzina. I Cristiani in gran parte vivono sui pendii scoscesi della montagna sovrastante e si fanno due-tre ore a piedi per andare a Messa e altrettante per tornare a casa. Sono molto impegnati e desiderosi di sostegno. Recentemente anche il Vescovo, predicando, faceva notare la stranezza di parrocchie senza prete in cui si celebrano venticinque matrimoni all'anno, mentre altre con parroco residente ne celebrano uno solo, il che significa che la gente si accoppia (e si scoppia) senza impegno. Ma forse significa anche che l'incidenza pastorale di certi preti è più negativa che positiva...

La gente di questa diocesi è generalmente musulmana nella valle (dove gli arabi trovarono il loro caldo e le vie del loro commercio, compreso quello degli schiavi) e cattolica sulle montagne (che raggiungono i 2.646 metri sul livello del mare) dove c'è pioggia e fresco tutto l'anno. Per rendermi un po' conto della situazione, il mese scorso mi sono unito alla comitiva di preti che andavano all'ordinazione sacerdotale del primo nativo della parrocchia di Kasanga. A occhio e croce si trova a una trentina di chilometri da qua in linea d'aria, ma per arrivarci abbiamo dovuto aggirare la montagna e poi inerpicarci su strada dalla pendenza assurda di 45° e infine, dopo oltre sei ore di macchina, farci l'ultima mezz'ora a piedi su burroni scoscesissimi. Il parroco mi diceva che loro, i Luguru, non possono aver paura delle camminate sali e scendi... è il loro ambiente naturale. Altri preti, ormai affezionati amici e scherzosi come tutta questa sanguigna tribù bassa e cicciottella, mi chiedeva come mai tutti i religiosi si installano vicino alla città invece di andare a svolgere l'apostolato in montagna...

Quanto a me, l'ambiente, che si affaccia a balcone su una amplissima valle che è anche l'inizio della più vasta riserva di caccia esistente al mondo (41.000 kmq., come due grosse regioni italiane!), con in più quel tocco alpino dato dalla chiesa e annesse costruzioni in pietra (stile romanico...), ha fatto venire la nostalgia di contemplazione francescana in eremitaggio, come già avevano fatto le grotte incontrate sul percorso... Se ne riparlerà più avanti: un passo alla volta! Per ora devo cercarmi il contatto con Dio qua dove lui mi ha dato appuntamento, ai margini della città, tra gli impegni della formazione di questi giovani e la conduzione delle varie attività, ora di agricoltura, ora di edilizia ed altro. Lui sa perché mi ha voluto qua, e cosa vuole darmi in questa situazione, se gli sarò fedele. Lasciamogli guidare la nostra storia che va anch'essa a sali e scendi.

Un anno fa mi trovavo in una situazione giuridica-canonica dubbia, per uno sbaglio di procedura dell'autorità diocesana di Iringa, tanto che dovetti chiedere se potevo continuare a celebrare Messa o no. Dodici mesi dopo ho ricevuto cordiali ringraziamenti per il mio impegno per il Catechismo della Chiesa Cattolica e soprattutto per la mia testimonianza; sapete da chi? Dal Nunzio Apostolico, cioè dall'Arcivescovo Ambasciatore del Papa in Tanzania, informatosi privatamente dal Vescovo di qua. C'è proprio da sorridere, con Dio!

Oltre a sorridere, c'è chi si è grattato la testa al pensiero di come starci dietro, organizzando il sostegno economico alle future fondazioni. Beh, sapete che questo non è il mio pallino. Quel che so fare è risparmiare al massimo (ad esempio, per mangiare ognuno di noi consuma l'equivalente di 500 lire al giorno), e confidare nella Provvidenza divina per la riuscita delle sue opere. C'è chi ha proposto di suscitare più centri di interesse (e di raccolta) in Italia. Non so bene cosa dicono le nuove leggi né cosa si debba fare a livello ecclesiale (so, ad esempio, che questo mese le raccolte vanno tutte indirizzate alle Pontificie Opere Missionarie, per una maggiore perequazione a livello mondiale). Chi ha idee, comunichi con i miei parenti. Ma non c'è neanche fretta. Per ora, nonostante le spese di costruzione, non ci sono particolari problemi. Quest'anno ho fatto i debiti solo in tre periodi... e senza interesse!

Tornando alla fatica maggiore in questo campo, il container è arrivato sano e salvo, prima qua in diocesi, poi a Migoli. Tanto per cambiare, i doganieri, facendo l'ispezione del contenuto, hanno ceduto alla tentazione di appropriarsi di questo e di quello. Non troppo, soprattutto perché il materiale più prezioso era collocato in parti irraggiungibili. In particolare una trentina di computer, eliminati da una grossa ditta ed ora destinati a una scuola di informatica della diocesi e ad altre sue istituzioni. Per installarli e avviarne l'uso, sono venuti coloro che li hanno procurati, il mio amico di adolescenza Vincenzo e due suoi collaboratori, Giancarlo ed Enrica. Per l'occasione anche io ho, per la prima volta, battuto qualche tasto: ma solo per sfizio; alla nostra comunità non si confanno queste cose! Lasciamo però che altri se ne possano servire, nella speranza che lo facciano bene, con profitto anche dei più poveri.

Un altro sfizio me lo sono preso per la festa di S. Francesco, giocando a pallone con i miei ragazzi, come già fatto l'anno scorso. Quest'anno noi veterani abbiamo vinto sulle reclute per 4-3. Naturalmente io e i novizi eravamo con la tonaca e i piedi nudi... Anche le feste fanno parte della vita comunitaria e la costruiscono, con i canti e le scenette, nonché un piatto di pasta e un pezzo di carne dopo tanto tempo! Per di più questa volta c'era un cuoco di lusso (Luigi) col suo vino autentico. Manco male.

Vi lascio così, col gomito alzato... augurandovi la pace del Signore e la sua festa eterna con tutti i suoi poveri.

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo:

da ricco che era, si è fatto povero per voi,

perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà»

(2Corinti 8,9)

Morogoro, 9-12-1996

Carissimi,

vi scrivo dalla nuova dimora, in cui ci siamo trasferiti da una quindicina di giorni, anche se i lavori sono ancora in corso. In questo momento le ragazze sono alle prese col trasporto dell’acqua necessaria e coll’intonaco (in terra e sabbia) di alcune delle 29 cellette, mentre i ragazzi hanno la pala in mano per impastare la malta del muratore (l’unico lavoratore retribuito) o per rialzare con la terra il livello del chiostro. Altri trasportano mattoni e qualcuno va provando sempre meglio a murare. Naturalmente un paio è in cucina, il sarto ha sempre da fare rattoppi, un altro paio è con pialla e sega a fare i telai delle porte, qualcuno mette la zanzariera alle finestre... Non so se questo lungo elenco vi ha fatto dimenticare la domanda che forse avevate in mente: la vecchia casa a chi l’avete lasciata? Naturalmente alle sorelle, finora in affitto a circa 3 chilometri da qua. Ora sono a 400 metri, per cui le loro “passeggiate” quotidiane (spesso con pesi in testa) si sono finalmente ridotte. Se avevate dimenticato la domanda, non vi preoccupate: anche a me capita sempre più spesso di dimenticare qualcosa in tutto questo daffare di cui sono il programmatore quotidiano... In compenso, l’avvicinamento delle comunità facilita pure il mio lavoro. Ringraziamo il Signore.

Il trasferimento è avvenuto in periodo di vacanze, coi ragazzi e ragazze che erano a studiare in fase di rientro in convento, mentre altri rimasti qui durante l’anno hanno approfittato per andare un po’ in famiglia (uno dopo 4 anni). Per altri il ritorno a casa è definitivo. Si sa che la vocazione richiede una scelta continua, e il compito più delicato del formatore è aiutare il giovane a discernere la prima e a fare con coraggio la seconda. Nell’occasione di questa selezione hanno lasciato la comunità le ultime ragazze originarie di Izazi, le “fondatrici” di cinque anni fa. Dio si serve di chiunque per portare avanti le sue opere nelle loro varie tappe. A noi esseri umani il compito di prendere il nostro posto al momento giusto.

Il fatto che ci sia chi lasci e chi sia fatto lasciare non può stupire né preoccupare, specialmente in una comunità di nuovo tipo come la nostra che prevede espressamente le “promesse” a tempo determinato (mentre negli istituti religiosi, cioè ordini e congregazioni, si deve avere l’intenzione di restare tutta la vita). La nostra può anche essere solo una scuola di vita, cioè di fede e di amore, che prepara per altre scelte esistenziali di servizio nella Chiesa e nel mondo. Non per niente continuiamo non solo a mantenere agli studi tanti nostri sperati frati e suore, ma anche ad aiutare giovani esterni che non hanno intenzione di unirsi a noi, ma fanno intravedere buona volontà per il futuro. Quest’anno sono stati rispettivamente 35 e 14, anche se la spesa è stata pressoché pari (circa 3 milioni di scellini per gruppo: in totale una quindicina di milioni di lire, per intenderci). Alcuni di loro continuano la corsa, mentre altri hanno raggiunto un traguardo: una si è diplomata ostetrica (l’ho subito mandata a fare un corso di programmazione naturale delle nascite), quattro hanno terminato il primo ciclo delle superiori, una si è diplomata maestra d’asilo e due sarte di terza categoria.

Ultimamente abbiamo avuto con noi per alcuni giorni padre Valerio, un francescano trentino che da cinque anni ci mandava giovani dal nord del paese senza averci conosciuto di persona. Un anno fa mi aveva scritto: “Sia lodato Dio per averti finalmente guidato al porto! Così ora sei a Kola, e sono contento che tu abbia deciso di metter radici proprio là, dove sta sorgendo un piccolo ‘Vaticano’ religioso: la vostra presenza servirà di richiamo ai veri valori religiosi che contano: essere talmente di Dio, da considerare tutto il resto, costruzioni, istituti, segni esterni e gli stessi studi ed istruzione, dei valori umani secondari e transitori che non devono assolutamente mettere in secondo ordine ciò che veramente conta: ‘lo Spirito del Signore, al quale tutto il resto deve servire’”. Per chi non lo sapesse, questa conclusione è una sintesi delle parole principali della regola di san Francesco, e noi cerchiamo di farne tesoro, dando il primo posto alla vita spirituale.

Accanto alla sua interpretazione della nostra realtà e del nostro contesto, che si è confermata stando un po’ con noi, altri sottolineano di più l’aspetto di “sfida” allo stile dei seminari vicini (che da questa collina dominiamo uno dopo l’altro). La cosa può essere vera se la si intende come non intenzionale o polemica. Noi non intendiamo vivere così perché non condividiamo o addirittura critichiamo forme diverse, ma perché ci sentiamo spinti interiormente a condividere il più possibile la dura sorte dei poveri. Stupisce sempre sentire gente che paragona la nostra vita ad un ritorno al passato in contraddizione col progresso del mondo. Stupisce perché la realtà è evidente in questo paese che ha il record mondiale di basso reddito, col 48% della popolazione che non ha nemmeno un dollaro al giorno. Anni fa, predicando gli esercizi spirituali a dei religiosi, mi dissero: “Non abbiamo mai visto nessuno povero come te”. Risposi: “Io invece ne vedo tanti ogni giorno”. Non solo li vedo, ma vengono anche a bussare alle nostre porte quasi ogni giorno... Questa sì che è una sfida quotidiana alla nostra giustizia e carità!

Il nostro stile di vita atipico ha prodotto un frutto singolare il mese scorso. Abbiamo ricevuto una lettera dagli anziani della zona per invitarci ad una partita amichevole di pallone con loro. E’ scesa in campo davvero gente di 50 o 60 anni, Musulmani in testa, sostenuti dal tifo di tutta la popolazione... Hanno perso 4 a 0, ma hanno proposto di ripetere l’esperienza ogni mese. Non solo, ma subito i giovani del quartiere hanno chiesto loro di giocare insieme, e noi abbiamo prestato volentieri il pallone. Forse questa gente ha capito meglio di altri il succo del nostro messaggio di fraternità!

E’ il messaggio che ci viene dal Natale ormai vicino, in cui Dio stesso si è fatto uomo per essere con noi, coi più poveri di questo mondo. Vi auguro di accogliere lui, il suo messaggio e la sua pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«... portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati.

Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini...»

(Matteo 14,20-21)

Morogoro, 14-1-1997

Carissimi,

all’inizio di uno degli ultimi anni del millennio, mentre la Chiesa tutta ha avviato la sua preparazione al grande Giubileo del 2000, le nostre comunità si trovano a continuare la loro opera di formazione umana e cristiana (tecnica, dottrinale, spirituale e missionaria). Con i novizi (attualmente 4 maschi e 7 femmine) l’impegno è più assiduo, ed include la stesura delle Costituzioni che dovranno guidare la nostra vita comunitaria. Uno sguardo alla storia che ci sta alle spalle (senza radici si secca!), soprattutto a quella di Gesù di Nazareth (nel quale si specchiano Dio e l’uomo vero), nonché al suo perfetto seguace Francesco di Assisi. Uno sguardo alla realtà di oggi, soprattutto di questo continente rimasto proprio ultimo in campo di politica ed economia, tecnologia e sanità. Uno sguardo anche al futuro, perché è ad esso che siamo rivolti, e ciò che legiferiamo dovrà servirci da domani in poi: e ciò che si prospetta non manca di sorprese positive.

Sapete ad esempio che tra una ventina d’anni l’Africa avrà più Cristiani dell’Europa e anche dell’America Latina? Sì, AIDS permettendo, sarà il continente col maggior numero di Cristiani! Nel 1900 erano 8.756.400, oggi siamo 300.640.000, nel 2025 dovrebbero essere 669.510.000, pur confermandosi il continente più islamizzato. Abbiamo riflettuto sulla sfida dell’urbanizzazione, che proprio all’inizio del millennio dovrebbe portare alla parità tra popolazione rurale e gente di città, per poi raggiungere nel 2025 rispettivamente le cifre di 3.228.987.000 e 5.065.354.000. Ci siamo confrontati con la prospettiva di 3.050.000.000 poveri tra questi cittadini, e soprattutto con quella di 2.100.000.000 baraccati metropolitani... ma abbiamo confermato la nostra preferenza per i villaggi, anche perché mentre in città una persona su due dovrebbe essere cristiana (sempre nel 2025), nei villaggi il rapporto dovrebbe essere 1 a 5. A prescindere da questa esigenza di prima evangelizzazione, abbiamo considerato soprattutto la nostra caratteristica scelta di vita mista, con non meno di quattro ore di preghiera al giorno, che richiede un ambiente un po’ tranquillo, cosa che in città un povero non può procurarsi facilmente. So che camminate con noi... per questo vi ho fatti partecipi di alcune nostre riflessioni.

Altre me ne vengono dalla mia inattesa nomina ad assistente del gruppo del Rinnovamento nello Spirito della parrocchia-cattedrale (in aggiunta all’impegno domenicale confermato per tutto l’anno). Per chi non lo conosce bene si tratta dei cosiddetti “carismatici”, quei fedeli entusiasti che si ritrovano ormai in tutte le denominazioni cristiane, con forme caratteristiche di preghiera che coinvolgono tutto l’essere (spirito, psiche e corpo). Veramente non è il mio stile, né quello di queste comunità francescane. D’altra parte non c’è dubbio che anche questo tipo di cristianesimo sia una grande sfida per tutti, specialmente in Africa, dove da sempre si sente il bisogno di esternarsi sia nella gioia che nel dolore, e si cerca una risposta efficace alle prove della vita (malattia, difficoltà persistenti, etc.). Quello che un tempo si chiedeva allo stregone, lo si vuole trovare nelle preghiere di liberazione e di guarigione. Il che può essere corretto, purché non si resti prigionieri della stessa mentalità superstiziosa, che appunto non è affatto “liberante”; e purché non si riduca Dio al famoso “tappabuchi”, uno strumento della nostra volontà di vivere felici e contenti su questa terra, invece di accogliere filialmente la sua volontà di farci beati per sempre, magari passando per la croce come colui che è per noi “via, verità e vita”.

Non intendo essere troppo critico, ma l’esigenza di purificare sempre più la nostra fede la sperimentiamo continuamente nella preghiera e nell’esistenza quotidiana. Non per niente il Catechismo della Chiesa Cattolica parla di una maniera superstiziosa di pregare e di ricevere i sacramenti. Credere veramente in Dio, non in qualche pratica; affidarsi ciecamente a lui in ogni occasione, anche la più dura, con la certezza di essere nelle sue mani amorose... è a questo che tendiamo e dobbiamo guidare ognuno che incontriamo.

L’incarico ricevuto è una patata bollente, perché negli anni scorsi molti di questi carismatici da Cattolici sono diventati Protestanti, e le infiltrazioni dottrinali sono evidenti anche in quelli rimasti. Oltre a questo, a 200 km. da qua, nella metropoli di Dar es Salaam opera padre Nkwera, nonostante sia stato sospeso dal suo vescovo e la sua attività “miracolatrice” sia stata proibita dall’arcivescovo (arrivato ad ordinare ai suoi preti di negare la Comunione ai seguaci del suddetto). Occorrerà quindi molto discernimento, per non estinguere lo Spirito Santo, senza confondere la sua opera con altri sintomi. In ogni caso, ripeto, è una realtà ineludibile dei nostri tempi: le cifre dicono ancora che nel 1900 i Cristiani “pentecostali” erano 3.700.000, oggi sono 479.834.000 e nel 2025 saranno 1.140.000.000, cioè oltre un terzo del totale.

Per parte mia, se costretto ad accettare, punterò sulla formazione catechetica soprattutto a base biblica, approfittando del grande interesse per il libro della Parola di Dio, che però di nuovo si rivela spesso di tipo superstizioso, come capita in tutte le sètte, nei “fondamentalisti” che si chiudono ad ogni confronto con la scienza e ad ogni contributo dell’intelligenza, volendo una risposta facile ed autorevole alle proprie paure e insicurezze esistenziali.

Visto che questa lettera è matematica, sorbitevi qualche altro numero, relativo questa volta all’economia di queste comunità francescane, i cui componenti per tutto l’anno sono stati oltre 50 se non 60. Vi presento questi dati per accettare un’altra sfida dei nostri tempi, quella della trasparenza, che si aggiunge a quella di sempre dell’onestà. Per facilità riporto il bilancio del 1996 in lire, al cambio medio di 1550 per dollaro e per 578 scellini locali.

 

ENTRATE

 

USCITE

 

Riporto

4.915.632

 

 

 

Benefattori

52.782.626

 

 

 

Prestiti e restituzioni

4.426.449

 

 

 

Vendite

44.622

 

 

 

Costruzioni e arredamenti

 

 

14.591.206

 

Affitti

 

 

889.760

 

Formazione

 

 

7.893.350

 

Alimentazione

 

 

7.948.505

 

Prestiti e restituzioni

 

 

6.641.254

 

Opere e donazioni

 

 

8.299.022

 

Sanità

 

 

970.428

 

Vestiario

 

 

143.005

 

Attrezzi da lavoro

 

 

810.834

 

Casalinghi

 

 

254.051

 

Illuminazione

 

 

192.403

 

Posta e telefono

 

 

215.405

 

Igiene

 

 

354.752

 

Culto

 

 

78.819

 

Legna

 

 

554.599

 

Trasporti

 

 

4.042.914

 

Viaggi

 

 

752.959

 

Progetti autosostentamento

 

 

1.571.150

 

Perdite

 

 

19.320

 

TOTALE

62.169.329

 

56.223.736

 

 

-56.223.736

 

 

 

Riporto

5.945.593

 

 

 

 

Scusate l’incompetenza: non sono esattamente un commercialista!

Il Signore vi dia la sua pace per tutto il 1997: un altro numero significativo!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha;

e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» (Luca 3,11)

Morogoro, 1-3-1997

Carissimi,

ho saputo che avete avuto un bell’inverno. Forse volete qualche informazione meteorologica dal nostro punto di osservazione a sud dell’equatore. Diciamo che la situazione è preoccupante, e non poco. Qui nella valle della regione c’è ancora speranza nelle ultime piogge; per cui la gente continua a preparare anche i piccoli appezzamenti destinati all’edilizia altrui, contando di mietere prima che i proprietari comincino a costruire. Sulle montagne, invece, dove si vive di agricoltura e basta, c’è solo da puntare sui legumi, anziché sui soliti due raccolti. Per di più la grossa siccità delle dette montagne ha fatto seccare o quasi la riserva d’acqua a sud-ovest di Morogoro e il fiume Ruvu che dissetava la metropoli di Dar es Salaam. Risultato: la gente doveva comprarsi un secchio d’acqua per 500 scellini, che per molti è metà del guadagno giornaliero. Ora il governo ha deciso di ricorrere alla desalinizzazione dell’acqua dell’Oceano Indiano. Invece qua si sta usando un’altra riserva, conservata intatta da dieci anni: l’acqua è verde, comunque...

Risolta per ora la questione sete, si prospetta quella della fame, anche perché in diverse regioni la situazione è simile. Al riguardo, il governo ha fatto un programma per i cittadini di qua, perché prendano in affitto dei terreni di una compagnia di risicoltura così da assicurarsi il piatto principale. Anche noi ci siamo iscritti e proprio oggi un nostro ragazzo è andato per la semina. C’è da sperare, perché si usa l’irrigazione. Purtroppo molta gente non ha potuto approfittarne, perché c’è da pagare in parte subito e non si può prendere meno di due acri (quasi un ettaro). Come sempre chi ha approfittato è chi ha i mezzi: i pezzi grossi, la diocesi (48 acri), un arabo (100), etc. Chi vive alla giornata, come dicevo, punta sulla zappa dove può arrivare: trattori e pompe sono sogni. Noi abbiamo preso solo 3 acri, volendo quest’anno dedicarci di più alla formazione, per prepararci alla fondazione della nostra associazione, alle prime promesse dei membri, alla nuova casa da costruire in villaggio... Tra l’altro la campagna è a 50 km. da qua.

La situazione reale del paese continua a peggiorare. Leggevo sull’ultimo aggiornamento dell’Enciclopedia Britannica che mentre prima il tanzaniano mangiava il 95% del minimo indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ora siamo a 85%: e lo si vede. Tutti vivono di prestiti. La disoccupazione è sempre in aumento, ma anche chi lavora spesso non è pagato se non dopo mesi. Così se deve pagare le tasse scolastiche ai figli, rinvia... finché la scuola non li caccia, perché anche i professori sono stanchi di lavorare senza paga... Noi pure siamo inseriti in questo giro: e non è allegro né essere dalla parte dei creditori, né in quella dei debitori...

E’ sempre più numerosa la gente che si affaccia a chiedere un prestito o un aiuto, e per me è un vero sollievo poter rispondere sinceramente che per il momento anche noi siamo a terra, quindi non ho proprio cosa dare. Per la mia coscienza è peggio quando invece in casa c’è abbastanza da poter aiutare; perché non si capisce sempre bene se hanno davvero bisogno o vogliono approfittarsene, o un po’ tutte e due le cose. Anche perché c’è chi si gira tutte le numerose comunità religiose della zona, raccogliendo magari pure insulti. Certo ci sono situazioni e persone che rendono davvero difficile un’accoglienza sorridente. Intanto il Vangelo resta lì, ad esigere sempre il più grande amore.

A volte i religiosi che non sono superiori si asserragliano dietro i loro voti di povertà e obbedienza, scusandosi col dire che loro personalmente non hanno niente e che le cose della comunità non le possono dare senza il permesso del responsabile. Il che è vero, ma solo fino ad un certo punto. Soprattutto è poco comprensibile da chi ha veramente bisogno di aiuto. Magari è cristiano e in chiesa sente continuamente parlare di amore e fratellanza, poi al momento giusto vede che ci si rintana in cavilli giuridici di provenienza lontana. Non che tutti i religiosi siano convinti fino in fondo di queste scuse; ma così sono stati educati in comunità. C’è chi sente disagio perché vive ad un livello molto più alto della gente comune e dei suoi stessi genitori... però non può aiutarli. Credetemi, è una cosa lacerante per un africano, formato alla solidarietà specie familiare!

Ho accennato a questa problematica, perché noi l’abbiamo voluta affrontare in radice, mettendo il Vangelo al di sopra delle tradizioni religiose. Tra l’altro, il Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes, 69) era stato molto deciso sulla questione della miseria, oggigiorno così estesa: “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli; pertanto i beni creati debbono essere partecipati a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità... L’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri. Del resto, a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia. Questo ritenevano giusto i Padri e dottori della Chiesa, i quali insegnavano che gli uomini hanno l’obbligo di aiutare i poveri, e non soltanto con il loro superfluo (in nota c’è un’espressione del Papa Buono: ‘Dovere di ogni uomo, dovere impellente del cristiano è considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui...’). Colui che si trova in estrema necessità, ha diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui. Considerando il fatto del numero assai elevato di coloro che nel mondo intero sono oppressi dalla fame, il sacro Concilio richiama urgentemente tutti, sia singoli che autorità pubbliche, affinché – memori della sentenza dei Padri: ‘Da’ da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non lo avrai nutrito, lo avrai ucciso’ – realmente mettano a disposizione ed impieghino utilmente i propri beni...”

Noi abbiamo scritto nella bozza di Costituzioni che ogni frate e suora si senta libero di aiutare il bisognoso secondo l’usuale generosità della nostra gente, senza scrupoli di “povertà” e obbedienza. Può darsi che in comunità si creerà un po’ di disagio, ma almeno non avremo dato scandalo a chi ha fame... Pregate per noi, perché possiamo essere un segno concreto di amore e di speranza. Un segno leggibile dalla gente di qua: se no che segno è?

Qualcuno mi ha rivolto domande precise sulla nostra vita, le cui risposte richiederebbero spazio e tempo, e magari non interesserebbero molti di voi. Rispondo almeno ad una, per ora, dato che è facile. Mi è stato chiesto della mia attività missionaria. In breve: attualmente non la svolgo; l’anno scorso (per la prima volta) non ho battezzato nessuno. Sono solo impegnato nella formazione di futuri missionari e missionarie. Faccio un po’ di apostolato la domenica, ma a pro’ dei Cattolici che vengono in cattedrale. In pratica la Messa con relativa predica, molto apprezzate, ma tutto qui. Poi c’è il buon esempio e qualche confessione (269 nel 1996). A proposito, approfittate di questo sacramento per prepararvi alla Pasqua! E’ il mio augurio, perché è lì la nostra pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre

e si unirà a sua moglie

e i due saranno una sola carne» (Genesi 2:24)

Morogoro, 18-5-1997

Carissimi,

eccoci a Pentecoste, quando lo Spirito Santo, con la potenza unificante del suo essere Amore divino, stimola e concorda le lingue più diverse nel cantare a lode della gloria del Padre e del Figlio, Agnello immolato e risorto. È un coro immenso che continua ad accrescersi ed estendersi, anche se non manca chi preferisce ritirarsi in disparte a canticchiare insulsi motivetti inculcatigli dai mass-media, ripetendoli fino alla noia... Evidentemente, non sono tanto le labbra, quanto la vita e il cuore che cantano.

Ognuna di queste lingue è portatrice di una particolare cultura, cioè di un modo di intendere ed affrontare la vita; anzi ne è la chiave. Ognuno di noi ha iniziato a comprendere se stesso e il mondo attraverso la lingua e la cultura della sua famiglia, per poi auguratamente aprirsi alla ricca diversità in cui il mistero dell'uomo trova una meno inadeguata e parziale espressione, specialmente quando si tuffa nel mare divino. Aprendo il cuore ai nostri fratelli in umanità, anche la visuale interiore si allarga ad abbracciare nuove dimensioni.

Personalmente sono molto riconoscente al popolo italiano per quanto mi ha trasmesso attraverso tante vie, attingendo dalla sua lunga storia e straordinaria cultura, fermentata dalla fede cristiana cattolica. L'Italia di san Francesco d'Assisi e di santa Caterina da Siena, tanto per citarne i patroni. Alimentato da queste radici mi trovai ad affrontare la crisi dell'adolescenza, in uno dei periodi più critici del secolo, gli anni dell'immediato post-Concilio e in particolare il '68, anni confusi di sbandamento per la Chiesa e per l'Occidente, ma anche di speranza in un mondo migliore. Fui attratto fortemente dalla scelta dei poveri, dall'Africa e particolarmente dalla Tanzania di Nyerere, sognando in essa il mio futuro.

Poi, il 7-5-1972, la mia vocazione religiosa, con quasi immediata partenza da Roma per un cammino di risposta che nel corso di 25 anni mi ha fatto passare per varie comunità e collocazioni giuridiche nella Chiesa. Sì, gli anni passano uno dopo l'altro... e quelli più “belli” per il mondo li ho tutti “sprecati irrimediabilmente”, giocando a fare il francescano, per metà in Europa e per metà in Africa. Sinceramente, se potessi tornare indietro, non cambierei molto: cercherei solo di essere più fedele alla guida dello Spirito Santo! Ringraziatelo con me per quanto ha fatto soprattutto attraverso il mio ministero sacerdotale.

Ho voluto parteciparvi la gioia di questo mio “giubileo” piuttosto intimo, prima di comunicarvi un ulteriore cambiamento nella mia situazione giuridica, questa volta a livello politico: da cittadino italiano sono diventato tanzaniano. Il 29 aprile, proprio nella festa di santa Caterina, dopo anni di paziente attesa mi è stato firmato il relativo certificato.

Come accennavo non è un ripudio della patria (anche se essa è così cambiata da non riconoscerla più!) e tanto meno dei suoi valori più autentici, che mi hanno portato fin qua e che porto con me come dono al mio nuovo paese…

È stato un gesto di amore: se amare la moglie più dei genitori è tutt'altro che una colpa, neanche io mi vergogno di confessare che amo di più la Tanzania, dove sono certo che Dio ha progettato per me una nuova famiglia, non frutto della carne e del sangue, ma del suo amore fecondo.

È un gesto di immedesimazione con la sorte di questo popolo: perché dovrei restare sempre in mezzo ad esso come uno straniero (magari fiero della propria origine “superiore”), invece di diventare una cosa sola? Ora, quale che sarà il futuro di questo paese, sereno o tragico come altrove in questo continente tormentato (ridotto da Stati Uniti, Francia e altri a terreno di lotta, a miniera, a mercato e a discarica...), non voglio avere un passaporto che mi faciliti la fuga, né voglio che eventuali dittature mi possano espellere.

È un gesto di solidarietà con i più poveri; rinunciando alla cittadinanza italiana ho perso anche molti diritti (alla pensione, alle cure sanitarie, etc.); ma perché dovrei goderne di più che non un negro? Naturalizzandomi in un paese come questo (l'ultimo come reddito pro capite, secondo gli esperti) mi trovo schierato più evidentemente dalla parte degli ultimi, di tutti gli ultimi, senza frontiere.

Del resto la Tanzania è anche un simbolo di solidarietà con gli oppressi, per come ha contribuito con tutte le sue forze alla liberazione dell'Africa meridionale, ed è probabilmente il paese più sensibile al progetto di unità africana (qua si ripete: “Afrika ni moja”, cioè: “l'Africa è una sola”), anche grazie al “commovente” (come lo ha definito il papa) inno nazionale, che è una vera preghiera, e che riporto integralmente:

 

“O Dio, benedici l'Africa, benedici le sue guide,

sapienza, unità e pace, o Dio, benedici

l'Africa e la sua gente, benedici l'Africa,

benedici l'Africa, benedici noi, figli dell'Africa!

 

O Dio, benedici la Tanzania, conserva libertà e unità,

mogli e mariti e figli, o Dio, benedici

la Tanzania e la sua gente, benedici la Tanzania,

benedici la Tanzania, benedici noi, figli della Tanzania!”

 

Alla realizzazione di questo sogno nazionale e continentale di riscatto, con tutto quello che comporta, le nostre comunità vogliono contribuire, certe che la vera sorgente di unità è Cristo col dono del suo Spirito, operante nella Chiesa, radunata da tutti i popoli.

E così, come in inclusione, torno all'inizio di questa lettera pentecostale, augurandovi di lavorare non solo alla causa della strapotente Europa unita, ma a quella dell'umanità intera, nel rispetto dell'identità e dei diritti di ciascuna persona e di ciascuna nazione.

Così, il Signore vi dia la sua pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Quand’essa fu giunta al momento di partorire,

ecco aveva nel grembo due gemelli» (Genesi 38,27)

Morogoro, 4-8-1997

Carissimi,

c’è un’espressione che ricorre fin troppo spesso nei mass media: “storico”, “un avvenimento storico”. Non che voglia o possa obiettare, come se il nostro secolo ormai agli sgoccioli non abbia assistito ad avvenimenti importanti; ma in realtà ogni avvenimento è storico, almeno per i diretti interessati. Ci sono poi fatti che coronano tutta una serie di sforzi o che preparano la strada ad altri di una nuova serie. In questo senso vengono ricordati in modo particolare. Per noi, “Piccoli Fratelli e Sorelle d’Africa”, sarà indimenticabile il 9-7-1997, quando il vescovo di Morogoro ha presieduto alla solenne liturgia durante la quale ha proclamato il suo decreto di erezione della nostra comunità in “associazione pubblica di fedeli”. In altre parole, dopo 5 e più anni di gestazione, la Chiesa ci ha partoriti felicemente e ci ha presentati al pubblico come frutto del suo grembo verginale. Non siamo più in prova. Siamo approvati. Abbiamo diritto di cittadinanza nella Chiesa, non più come singoli, ma come gruppo. La nostra forma di vita, espressa e regolata nelle nostre Costituzioni, è riconosciuta valida, evangelica, degna di essere abbracciata da altri.

Forse qualcuno di voi si stupirà di queste sottolineature dell’importanza e significato dell’atto del vescovo. Dipende dalla filosofia della vita che ognuno di noi ha, dall’importanza che uno dà o nega all’istituzione. Per noi è questione di fede nella Chiesa come l’ha voluta Gesù Cristo, invisibile e visibile allo stesso tempo, carismatica e gerarchica (per usare parole più tecniche). E’ come l’anima e il corpo che insieme costituiscono il nostro essere umano: non provare a separarli! Non pensare di esaltare una componente disprezzando l’altra: vanno insieme! Purtroppo l’Occidente ha perso questo equilibrio, cadendo nelle peggiori aberrazioni anche morali. A livello ecclesiale questo si esprime come Protestantesimo, in cui ognuno è solo con il suo Dio (e la sua Bibbia), senza bisogno di legami con gli altri credenti di ieri e di oggi, senza strutture obbligatorie. Si sta insieme finché si vuole, poi ognuno può fondare la sua chiesa…

Per noi Cattolici, la Chiesa è un popolo unito, è il Corpo unico di Cristo animato dallo Spirito del Padre, in cui ognuno deve assumere il proprio posto nell’ordine generale: certo non è un ordine programmato da uomini, ma quello sempre reinventato dallo Spirito Santo; però dev’essere riconosciuto da noi uomini, soprattutto da quelli che lui ha consacrato pastori. San Francesco, uomo carismatico per eccellenza, cercò molto presto l’approvazione del Papa, e ne fu confermato nella sua vocazione. Oggi normalmente si parte dal vescovo locale, ma il concetto è lo stesso: che nessuno pretenda di aver ricevuto carismi speciali, piuttosto accetti di essere vagliato.

Certo un carisma, inserendosi nell’istituzione ecclesiastica, e divenendo una piccola istituzione, corre anche dei pericoli, come una sclerosi galoppante o altro. Sarà solo la fedeltà allo Spirito e alla preghiera che li farà evitare. Intanto ringraziamo il Signore che il nostro vescovo non ci ha imposto modifiche né sulla povertà né su altri punti delicati delle nostre scelte di fondo. Ha approvato le nostre Costituzioni definendole “ispirate, complete e belle”. Né ha risparmiato elogi durante la festa…

L’abbiamo celebrata qui nelle nostre case, cominciando in quella femminile con la benedizione della comunità e dei locali, e continuando in quella maschile, con la stessa benedizione seguita dalla Messa. Durante l’omelia, è avvenuta la lettura e consegna del decreto di erezione. Poi le prime professioni: ho iniziato io, che ho fatto promessa a Dio per sempre, seguito da 4 fratelli e 6 sorelle, che hanno fatto promessa per 1, 2 o 3 anni. In questo rito abbiamo sottolineato l’aspetto battesimale, cioè il fatto che queste promesse sono un’applicazione di quelle del primo sacramento. L’abbiamo espresso sia nelle parole della professione, sia nel vestire di bianco e nel tenere in mano la candela accesa, sia ancora nello stare in piedi davanti al vescovo, toccando con la destra il santo Vangelo. Dopo la Messa, canti e balli secondo lo stile locale, interrotti dal pasto e poi proseguiti fino a sera.

Ospiti molto vari, come desiderato. Sacerdoti diocesani e religiosi, Francescani di varie obbedienze e nazionalità, suore e laici, adulti e bambini, anche Musulmani. C’era l’Africa, l’Europa, l’Asia e l’America Meridionale… mancavate voi! Comunque anche questa volta non è mancato chi, a cominciare dal vescovo, si è sentito in dovere di “immortalare” coi mezzi tecnici moderni, sapendo che noi non ne vogliamo avere. Così avrete la possibilità di vedere qualcosa della nostra gioia. L’occasione sarà offerta da una mia visita in Italia nei giorni 7-26 settembre prossimi.

La presente viene scritta in ritardo a causa degli impegni statutari derivanti dalla fondazione. Il giorno seguente siamo andati in episcopio per eleggere i primi responsabili dell’associazione. Noi cinque uomini (Fidelis, Leonidas, Daudi, Alex ed io, età media 33 anni) abbiamo eletto i nostri, le sei (Ana, Helena, Suzana, Ledonila, Magdalena e Rozina, età media 27) hanno eletto le loro. Poi abbiamo continuato da soli i nostri capitoli, le riunioni dei consigli e infine della “baraza” che riunisce i responsabili dei due rami per un coordinamento della formazione, dell’apostolato e dell’economia. Si sono prese decisioni e si sono stese relazioni, per ora tutto in piccolo.

Benché io sia stato eletto “servo” del ramo maschile, ho lasciato ad altri una parte dei miei ruoli, soprattutto riguardo le sorelle. Per ora però c’è il guaio che devo avviarli ai nuovi compiti, e questo comporta più tempo che il fare da sé… Inoltre anche i neoprofessi continuano la loro formazione iniziale (sarà fino al 2000) mentre assumono la responsabilità per i nuovi arrivati. In compenso fino all’anno venturo non avvieremo un secondo gruppo di novizi, anche se qualcuno sarebbe già pronto. Cerchiamo di concentrare le forze…

Arrivederci in Italia! Il Signore vi dia la sua pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Mi sono molto rallegrato di aver trovato alcuni tuoi figli

che camminano nella verità» (2Giovanni 4)

Morogoro, 12-10-1997

Carissimi,

dopo essermi incontrato con moltissimi di voi a settembre, durante un indimenticabile viaggio trionfale in Italia, eccomi sul tavolaccio che mi fa da letto e da scrivania per comunicarvi alcune mie impressioni e risonanze, e soprattutto per esprimervi la mia più viva gratitudine per l’accoglienza riservatami.

Non vorrei offendere nessuno dicendo che è stata fin troppo solenne. Penso abbia giocato molto un’associazione d’idee, in gran parte inconscia, tra il sottoscritto e la straordinaria figura di Madre Teresa di Calcutta che ha ricevuto una meritata apoteosi a livello mondiale proprio nei giorni del mio viaggio. Purtroppo non basta “fondare” qualcosa per essere “santi fondatori” come lo è stata lei, a giudizio praticamente unanime. La sua vita illumina il ventesimo secolo, così pieno di orrori, e controbilancia quanto fatto da gente come Hitler, Stalin e Clinton, esponenti di pianificazioni internazionali che non tengono conto dell’uomo, del singolo uomo, quello reale gettato nel forno crematorio, nel gulag della Siberia, nell’immondezzaio di una clinica per aborti, nel ghetto negro di qualche ricca città o nelle strade di Calcutta. Teresa, figlia di Dio e sposa di Cristo, ha fatto risplendere in contrasto il genio della donna, che sa accorgersi dei bisogni concreti del singolo e farsene carico col suo cuore di madre, magari vergine. A lei l’omaggio di noi tiepidi credenti e amanti, che chiediamo a Dio la grazia di convertirci fino in fondo al Vangelo della carità e a quell’infanzia spirituale insegnataci da un’altra straordinaria Teresa, nei prossimi giorni insignita del titolo di “dottore della Chiesa”.

L’irrazionalità di certe associazioni d’idee è giunta al ridicolo in certi Cristiani che hanno osato accostare una simile donna alla squallida figura di una principessa da rotocalco, senza ritegno nel dare scandalo al mondo con le sue pubblicizzate infedeltà matrimoniali, salvo poi lamentarsi di essere perseguitata dalla stampa (cosa peraltro reale e contraria alla giustizia). Non basta certo qualche “opera buona” per rendere accettabile una vita di sfarzi e di piaceri, tanto più che i soldi donati non erano certo sudati. Il Concilio Vaticano II ci ha ammoniti: “Non capiti di dare come elemosina ciò che è dovuto per giustizia!” I Padri della Chiesa già gridavano: “Dio ha dato la terra a tutti, non solamente ai ricchi!” Anche i poveri hanno i loro diritti, senza pretendere che siano appannaggi.

Le lodi a Diana (che affidiamo alla misericordia di Dio) mi hanno un po’ aiutato a non tener troppo conto di quelle a me rivolte da gente affezionata. Se no c’era il pericolo che, oltre ad ingrassare 5 chili in 3 settimane, mi sarei gonfiato ancor più di orgoglio, vizio che ho già abbastanza...

Com’è ovvio, il viaggio mi ha fatto rincontrare persone e ambienti che hanno segnato la mia vita, hanno scritto insieme a Dio e a me la mia storia, così com’è stata finora, e come ho potuto ancora una volta rileggere nei volti e nei luoghi, anche se inesorabilmente trasformati dagli anni, 10, 20, 30 se non 40, ormai trascorsi. Mi sono aggirato tutto solo e commosso (perché negare le lacrime?) nei paraggi dell’Acquedotto Felice, tra i ruderi romani dove giocavo piccolissimo, nella cappella dove sono stato iniziato alla vita liturgica, nell’aula dell’asilo, negli archi dove vivevano i baraccati e dove ho conosciuto la povertà... E’ stato un pellegrinaggio ai luoghi privilegiati della grazia a me riservata, dove Dio mi ha toccato in modo unico (perché per lui ognuno è come se fosse l’unico! Come il sole che splende singolarmente per ognuno che ne voglia godere). L’ho ringraziato di avermi fatto sperimentare tanti affetti, vivi anche se spesso riservati a motivo del mio temperamento, e pure di avermi donato la libertà di non fermi legare da essi, ma di essere pronto a lasciare tutto e tutti per lui che solo merita tutto il nostro cuore e la nostra vita. So che molti lo hanno lodato con me per questo, che è un piccolo segno di speranza nel grigiore del quotidiano. Tale lode è stata evidente nelle celebrazioni liturgiche che ci hanno riuniti intorno al Padre: essa non abbia mai fine!

Anch’io ho potuto gioire nel vedere la fede non ancora spenta dall’evidente confusione d’idee, dal disperato scetticismo alla Pilato (“Che cos’è la verità?”), dal materialismo pratico del consumismo e dell’edonismo. Ai margini della vita metropolitana, come sempre, i poveri di ogni tipo che cercano di sbarcare il lunario con tanta fantasia, e le meraviglie del volontariato, soprattutto ecclesiale, che non si rassegna a un’esistenza senza fratellanza e solidarietà.

A proposito, lasciate che esprima la mia vicinanza ai colpiti dal terremoto, tanto più che sono stato in quelle zone pochi giorni prima, richiamato dai legami del sangue (Fabriano) e dello spirito (Assisi). Ogni volta cha capita, ripenso alle desolanti immagini viste nell’Italia meridionale di 16 anni fa, e ricordo come dobbiamo vivere da pellegrini in questo mondo, perché tutto è instabile, anche la terra in cui vorremmo mettere radici profonde. In realtà viviamo su grosse zolle galleggianti che ogni tanto si scontrano facendo crollare tanti castelli in aria... Quanto c’è da apprendere, oltre ad aiutare i senzatetto, cercando di non specularci sopra come sciacalli. Circa la basilica di san Francesco, non penso lui se ne preoccupi tanto, nonostante gli irreparabili danni al patrimonio artistico: anche se non subito, egli capì abbastanza presto che la Chiesa che aveva avuto incarico di riparare non è quella fatta di pietre, ma quella fatta di persone. Che il crollo non sia un simbolo di qualcosa di spirituale avvenuto nella Chiesa europea?

Il 4 ottobre abbiamo festeggiato il nostro santo insieme ai Cappuccini, alle suore francescane di Mahenge e ai Francescani secolari (i cosiddetti “terziari”) della zona, prima con la Messa da me presieduta, e poi con una partita di pallone da noi persa per 4-2 (abbiamo la scusa di aver giocato scalzi...). La sera precedente avevamo avuto un piccolo ritiro insieme, con predica, confessioni e “transitus” (cioè il ricordo della morte gloriosa di san Francesco). Poi, tornati a casa nostra con una trentina di terziari, la notte è stata tutta dedicata a una fervida adorazione eucaristica all’africana.

Un’altra occasione di festa ci è stata offerta dalla visita (con Messa) del nostro carissimo arcivescovo Luigi Bommarito di Catania, diretto ad Iringa per il 100° anniversario dell’ingresso del cristianesimo nella regione. E’ coincisa con la nostra decisione di procedere oltre nell’inculturare la nostra liturgia. Naturalmente la nostra ospitalità non ha avuto nulla della solennità di quella da me ricevuta in Sicilia; forse solo lo stesso calore.

Insieme a lui è passato Omero diretto nuovamente ad Izazi, nonostante l’età e le conseguenze dell’incidente stradale avutovi a gennaio. Mi ha anche portato le foto del mio incontro col Papa a Castelgandolfo il 16 settembre, quando ho potuto accennargli della nostra avvenuta fondazione. La quale ha continuato normalmente la sua vita durante la mia assenza, ed ora si prepara a nuovi passi: l’avvio del ramo secolare (famiglie), e di due nuove comunità di formazione alla vita consacrata. La ventina di milioni raccolti in Italia (senza chiederli) servirà anche a questo.

Il Signore, che vede tutto e conosce i cuori, vi dia la sua pace!

Vostro, fr. Riccardo Maria

 

 

 

 

«Hanno sventrato le donne incinte di Gàlaad

per allargare il loro confine» (Amos 1,13)

Morogoro, 29-11-1997

Carissimi,

ho appena compiuto 44 anni, e come sempre è stata un’occasione di riflessione davanti a Dio. Pensavo a san Francesco che è morto alla mia età, dopo una corsa pazza verso l’Altissimo, Onnipotente, Bon Signore, lasciandoci un’eredità spirituale inestimabile e così incisiva nella storia dell’umanità... Pensavo anche al fatto che ho già vissuto troppo. Non vi stupite: non sono un aspirante suicida. Ne ho di motivi per vivere, anche se non temo “nostra sora morte corporale” (come diceva lui). Volevo dire che chi nasce in questo paese non ha la prospettiva di arrivare alla mia età. Se in Italia la prospettiva media è vivere 73,6 anni se maschio e 80,2 se femmina, in Tanzania è di 41,5 e 45 rispettivamente. La cosa più grave è che mentre in Italia la media va in su, qua andiamo sempre più giù: tre anni prima la prospettiva era 50 e 55 anni. Che botto! I dati correlati confermano quanto riferito: dal 1991 al 1994 la mortalità infantile è salita dal 105 al 110 per mille, e quella generale dal 15,2 al 19,4 per mille.

E’ vero che l’AIDS dilaga, ma non è solo questo. Già vi avevo detto che la denutrizione aumenta (nonostante sia coltivato appena il 4% del territorio nazionale, e quindi ci sia quanto spazio si vuole per l’agricoltura: mancano i mezzi e gli incentivi) e vi avevo esposto altri gravi sintomi di difficoltà. Il debito pubblico esterno aumenta (dai 4.704.000.000 dollari del 1990 ai 6.746.000.000 del 1993) e con esso gli interessi da pagare che si mangiano gran parte delle entrate. La corruzione interna che permette ai ricchi di evitare le tasse (almeno i 3/4) va ad aggiungersi ai tagli imposti dalla comunità internazionale alle spese sociali (istruzione e sanità). Naturalmente chi ci va di mezzo è la povera gente.

La cosa più schifosa è che la suddetta comunità internazionale è soddisfatta abbastanza perché il reddito pro-capite sale: è arrivato a 125 dollari l’anno! Che poi esso sia sempre peggio distribuito, non conta. Anzi, se c’è chi muore di fame o di mancata assistenza medica, poco male: si sacrifica per il prosperare del commercio mondiale, che non ha bisogno di affamati, ma di gente che spenda per cose superflue (Coca Cola etc.)

Chi si fa ingannare dall’apparenza può anche essere appagato dal vedere in giro più macchine, alberghi e botteghe di un certo livello... ma chi vive tra la gente ne conosce i drammi, e chi sa leggere le statistiche si mette le mani nei capelli! In Italia c’è un posto letto in ospedale per ogni 147 persone, e un medico per ogni 193; qua rispettivamente per 924 e 20.300 (sei anni prima erano 19.775).

Poi, come sempre, si chiudono gli occhi e i conti sugli aborti indotti. Non tanti con operazioni, ma tantissimi con le nuove tecniche... e i vecchi inganni! Distribuiscono pillole per “far tornare le mestruazioni”, inseriscono spirali senza spiegare come impediscano le nascite uccidendo gli embrioni, e se poi una chiede che gliela tolgano riceve un bel rifiuto con tanto di sberleffi. Se vai all’ospedale maggiore della regione, ti mandano a misurare la pressione nel reparto sterilizzazioni genitali, dove subito ti fanno “pressione” perché accetti di essere operato e restare infecondo “per 5 anni”! Se cadi nella trappola, prova a tornare dopo tale periodo... Se dici che è peccato, ti cacciano via in malo modo (senza misurarti la pressione, è chiaro, com’è capitato ad uno dei miei giovani). “Tutto fa brodo”: basta diminuire la popolazione che non serve al mercato.

Intanto fanno ripetere vaccinazioni di massa già fatte, dopo aver aggiunto alla dose sostanze sterilizzanti, abortive e cancerogene proibite nei paesi di produzione. Ora è il caso della polio. Chi s’impegna in queste attività è pagato profumatamente in dollari, guadagnando in un giorno quello che guadagnerebbe onestamente in un mese o giù di lì... Non è per caso che nella precedente ho elencato Clinton a fianco di Hitler e Stalin. Né è per caso che madre Teresa di Calcutta lo aveva supplicato di persona in pubblico che mettesse fine alla strage.

Se ogni tanto tocco questi tasti è perché sono troppo amari, e perché la nostra associazione si propone un’evangelizzazione non aerea, ma molto concreta, inserita nella vita di ogni giorno, anzi nella lotta per la vita. Non la lotta per la “propria” vita, ma per la vita “di tutti”, senza discriminazioni. Se no, che senso ha festeggiare il Natale, la nascita di Gesù che già da nove mesi è Figlio di Dio? Noi, coi nostri poveri mezzi, siamo in guerra contro lo strapotente esercito del male e della morte di cui sopra. Lo abbiamo scritto a chiare lettere nelle nostre Costituzioni. A proposito delle quali, qualcuno in Italia mi ha chiesto di leggerle. Quando gli ho fatto presenti le difficoltà (soprattutto la lingua), mi ha proposto di allegarne qualche tratto alle circolari. Proviamo.

Intanto la nostra vita continua. Gli studenti sono tornati qua in comunità per le vacanze; alcuni andranno in famiglia; altri non hanno i soldi per il biglietto, e sanno che a casa quest’anno c’è fame. L’apostolato aumenta sia per i neoprofessi (religione nelle scuole, visite a case e ospedale) che per me (predicazioni ed altro), ma non molliamo nella formazione. Ci siamo anche procurati alcuni lotti di terreno per i prossimi sviluppi. Dio benedica e realizzi i nostri desideri di bene e a voi conceda la sua pace, annunciata dagli angeli ai poveri di Betlemme! Buon Natale!

fr. Riccardo Maria

 

 

dalle costituzioni:

 

0.5.1. Il nostro Ordine francescano missionario ha sede nella città di Morogoro, dove il vescovo diocesano, sua eccellenza Telesphore Mkude, nel suo impegno per la diffusione del Vangelo, l’ha costituito come associazione pubblica di fedeli a norma del canone 312 CIC.

0.5.2. Spetta al vescovo di questa diocesi continuare a vagliare questo carisma in vista di proporre che quest’Ordine sia approvato come nuova forma di vita consacrata, a norma del canone 605 CIC, o di sopprimerlo per cause gravi.

0.6.1. Lui stesso ha approvato queste Costituzioni in modo che ci aiutino a seguire Gesù con sicurezza e compiere la volontà del Padre su di noi.

0.6.2. Esse riguardano direttamente noi membri che ci siamo impegnati ad abbracciare il sacro celibato, la povertà e l’obbedienza vivendo il Vangelo comunitariamente in fraternità maschili e femminili.

0.6.3. Sono pure veri membri chierici diocesani e laici uomini e donne, celibi e sposati, che dopo aver ricevuto un’adeguata formazione vivono nel mondo presso una comunità di questo tipo, collaborando con essa nella vita spirituale ed apostolica: essi seguono la Regola e le Costituzioni dell’Ordine Francescano Secolare (O.F.S.) come gli altri membri di detto Ordine di diritto pontificio.

 

 

 

 

«Veniva nel mondo la luce vera,

quella che illumina ogni uomo» (Giovanni 1,9)

Morogoro, 10-1-1998

Carissimi,

l’anno nuovo è cominciato sotto una buona stella, come sempre ed ovunque... la stella dell’Epifania (= “manifestazione” di Dio all’umanità). Come ai Magi, Dio ci dà tanti segnali che portano al Bambinello, a Gesù, e ci chiede di essere “stelle” speciali, che riempiono il cuore di chi le vede con stupore,gioia, speranza... Non per niente è una festa altamente missionaria, per il suo messaggio universale.

La nostra neonata associazione, che come sapete è specificamente missionaria, ha festeggiato l’Epifania celebrando il battesimo, la cresima e la prima comunione di un ultraottantenne (uno dei quattro che serviamo a domicilio e manteniamo, visto che non hanno nessuno che possa pensare a loro in modo continuo): è il nostro primo frutto missionario, e chiediamo a Dio che sia solo il primo di una lunga serie.

Allo scopo, nei giorni seguenti abbiamo acquistato (a nome della diocesi) oltre due ettari di terreno sopra il villaggio prevalentemente musulmano di Kiroka, a 20 km. da qui, nonché un piccolo lotto al centro del villaggio. Quanto prima vi si trasferiranno tre dei neoprofessi, con alcuni giovani in formazione iniziale, per avviarvi la fondazione di una missione. Provvidenzialmente, il conventino avrà una tipica collocazione francescana, cioè sarà isolato ma vicino alla popolazione, per facilitare da una parte la preghiera, dall’altra servizi di ogni tipo. Di questo villaggio se ne parlava col vescovo già da due anni, ma si erano presentate difficoltà una dopo l’altra. Prima di noi ne aveva incontrate il sacerdote che venti o trenta anni fa vi avviò la scuola elementare e poi la chiesetta: pensate che i Musulmani buttarono giù le mura della scuola in costruzione! Ciononostante ora la scuola c’è, e la chiesetta è stata allargata a più riprese, l’ultima l’anno scorso, con nostro contributo decisivo. Dopo di ciò, lamentele popolari, retro-front dell’amministrazione comunale, lunga malattia del parroco (non residente in loco), colera, tentativo di truffa... finalmente l’abbiamo spuntata. Anzi, chi l’ha spuntata è il mio vicario, un ex-commerciante, che dirigerà la spedizione. Devo dire che lui e gli altri continuano a maturare bene e svolgere diligentemente le proprie mansioni, anche chi fa l’economo avendo solo la quinta elementare. Io controllo sempre, ma fanno molto da sé.

A proposito di economia, eccovi il bilancio del 1997 in lire (al cambio medio di lire 1725 = $ 1 = scellini 627), leggermente inferiore a quello dell’anno precedente. Tenete sempre conto che si riferisce a comunità con oltre 50 persone in formazione.

 

 

ENTRATE

 

USCITE

(

Riporto

6.359.679

 

 

 

Benefattori

49.882.348

 

 

 

Prestiti

994.998

 

 

 

Restituzioni

2.890.640

 

 

 

Vendite

1.004.325

 

 

 

Terreni

 

 

3.223.893

 

Costruzioni e arredamenti

 

 

3.019.767

 

Formazione

 

 

10.374.577

 

Alimentazione

 

 

9.169.281

 

Prestiti

 

 

2.547.553

 

Restituzioni

 

 

786.746

 

Opere e donazioni

 

 

10.996.534

 

Sanità

 

 

1.444.257

 

Vestiario

 

 

449.517

 

Attrezzi

 

 

54.199

 

Casalinghi

 

 

223.948

 

Illuminazione

 

 

531.132

 

Posta e telefono

 

 

221.471

 

Igiene

 

 

324.503

 

Culto

 

 

250.083

 

Legna e carbone

 

 

747.913

 

Trasporti

 

 

970.718

 

Viaggi

 

 

2.238.960

 

Progetti autosostentamento

 

 

1.099.007

 

Tasse

 

 

1.434.749

 

Perdite e furti

 

 

87.494

 

TOTALE

61.131.990

 

50.196.302

 

 

-50.196.302

 

 

 

Riporto

10.935.688

 

 

 

 

Ci sarebbero cose da notare in questo bilancio. Intanto i due furti subiti di notte, a Pasqua e a maggio, che non vi ho raccontato, ma che oltre alla piccola cifra asportata, mi hanno lasciato la spalla dolorante per due mesi... Ora di notte facciamo la guardia a turno, in attesa che i cuccioli crescano. Poi i buoni successi scolastici di alcuni giovani (della comunità o esterni) che abbiamo mantenuto agli studi, o sostenuto (capita spesso che uno si trovi a secco di soldi quando mancano pochi mesi al traguardo!): quattro hanno finito il primo ciclo delle superiori, due si sono diplomate maestre d’asilo, uno assistente medico, altri aspettano i risultati... Sono tutte speranze per un paese che va a rotoli.

A proposito, la pioggia particolarmente abbondante ha già fatto parecchie vittime, travolte da inondazioni, sepolte sotto la casa cadutagli addosso, etc. Tra l’altro il paese è spaccato in più tronconi dal punto di vista delle comunicazioni: ponti crollati, strade e binari immersi sott’acqua, etc. Per andare al nord-ovest da qui si deve passare per il Kenya. Non c’è verso. Anche l’agricoltura rischia di andare male in molte zone per la troppa acqua. Non si può arare. Inoltre i prossimi mesi dovrebbero essere più piovosi. Vedremo. Intanto ricevete la pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

dalle costituzioni:

 

0.3.1. San Francesco d’Assisi testimoniò il Cristo con mitezza ed eroismo di fronte ai Musulmani del nostro continente, anelando a versare il proprio sangue per quelli che ancora non lo conoscevano.

0.3.2. Questo esempio da lui dato e il carisma a lui concesso, che ha due note principali, cioè la fraternità e la minorità, sono molto utili per contribuire all’attuazione delle decisioni di detto Sinodo (Africano).

0.4.1. Considerando ciò, noi Piccoli Fratelli e Sorelle d’Africa ci sentiamo chiamati a mettere in pratica tale carisma nella situazione reale degli Africani, conservando, sviluppando e diffondendo i valori di detta cultura che corrispondono al Vangelo.

0.4.2. Speriamo così che la potenza di Dio, che si mostra pienamente nella debolezza umana, ci userà per la crescita di tutta la Chiesa, che dipende e punta alla santità, cioè alla perfetta partecipazione alla vita di Dio.

 

 

 

 

«Il giovane gli disse: “Ho sempre osservato tutte queste cose;

che mi manca ancora?”» (Matteo 19,21)

Morogoro, 21-2-1998

Carissimi,

vi annuncio con gioia e speranza che dal 27 gennaio alcuni nostri giovani (con qualche fraticello) sono a Kiroka, impegnati ad avviare la nostra prima missione tra i Musulmani (che costituiscono il 41% della popolazione africana). Proprio in questi giorni a Dar es Salaam si sono avuti i primi scontri mortali tra polizia e fondamentalisti, dopo che alcuni loro capi erano stati arrestati (per ripetuto rifiuto di smettere di insultare pubblicamente il cristianesimo) ed essi si erano dati ad incendiare o danneggiare le auto dello Stato. Ora minacciano vendetta (il Vangelo è tutt’altra cosa!). Uno dei più di mira è l’arcivescovo della suddetta metropoli, Policarp Pengo, che proprio oggi viene fatto cardinale (a tempo record dopo la morte di Laurean Rugambwa, suo predecessore, che fu il primo cardinale africano della storia). Si tratta di un pastore molto prudente, ma il fondamentalismo non permette di distinguere per capire: per chi ne è affetto, essendo il presidente della repubblica un cattolico praticante, noi siamo governati dal Vaticano tramite il Nunzio Apostolico; quindi l’attuale è una guerra di religione. Grazie a Dio, la maggioranza dei Musulmani non segue tale indirizzo e quindi deplora queste minacce alla pacifica convivenza, a cominciare dai molti che occupano posti importanti nell’amministrazione. Comunque pregare per la pace non fa mai male a nessuno!

Tornando a Kiroka, i primi lavori sono l’arrangiamento di una sistemazione provvisoria (in attesa di avviare la costruzione di un conventino quando finiranno le piogge) e l’agricoltura, senza trascurare la formazione all’interno e l’insegnamento religioso nelle scuole (per la minoranza cattolica). La gente si sta abituando a vederci e ci ha già donato vari frutti della sua generosa terra. Naturalmente, con l’abbondanza dell’acqua e di zone paludose, è tutto un ronzio di zanzare che diffondono, oltre la solita malaria, anche la filaria, un verme sottile che si stabilisce nei linfonodi provocando l’elefantiasi, cioè facendo assomigliare al più grosso degli animali di terraferma almeno per quanto riguarda la gamba (o altro membro del corpo). Come al solito, specie in zone musulmane, la spiegazione scientifica è sostituita da quella superstiziosa, diffusa dai numerosi maghi: “Avevano invidia che ho una figlia bella, così le hanno fatto gonfiare la gamba perché non si sposi!”. E giù con gli odi e le controfatture... Quanto a noi, dopo aver letto che bastano tre o quattro pillole al mese come prevenzione, siamo andati a procurarcele, ma in farmacia (di qui in città) non ne sapevano niente, anzi in un primo tempo negavano di avere la stessa terapia. Poi, insistendo, ne hanno trovato una confezione aperta. Visto che ci siamo, sarà bene vaccinarci contro la febbre gialla, dopo che ci ha visitato per la terza volta in tre anni: forse sapete che è un’altra malattia tropicale e che uccide circa una persona su tre colpite, anche perché non esiste terapia, salvo mangiare molti zuccheri. In compenso, passato il terzo giorno, si è fuori pericolo.

Prima di passare ad altri argomenti, voglio accennare ad una piccola vittoria in campo sanitario. Un giorno si è presentato un giovane affetto da orchite (infezione e gonfiamento di un testicolo), dopo aver tentato le cure ordinarie, gli era stata prescritta una piccola operazione. Allo scopo, doveva procurarsi lui stesso tutto l’occorrente; in più l’addetto gli aveva imposto una bustarella di circa 100.000 lire (che qui è molto). Non avendo i soldi per nessuna delle due cose, e non avendo parenti in grado di aiutarlo, da maggio a dicembre era rimasto a soffrire, ospite di un conoscente. Quando non ce l’ha fatta più, si è trascinato fino a noi. Anziché dargli la bustarella, l’ho mandato con un nostro giovane aiuto-infermiere e una mia lettera dal dottore supremo della regione, denunciando il fatto. Lui ha subito provveduto a farlo operare, grato che non mi sia rivolto prima al tribunale come ha fatto qualcun altro (inutilmente). Nell’ambiente sapevano che predico spesso sull’argomento, ma sono rimasti sorpresi di tanto interessamento concreto per una persona a noi estranea. Quanto all’addetto, è stato lasciato al suo posto, sia per evitare vendette sul paziente (troppo paziente!) durante l’operazione o sui superiori dopo, sia per compassione verso di lui in questi tempi di sempre più vasta disoccupazione...

Dal 4 al 13 c.m. abbiamo anche tenuto le solite due settimane vocazionali per i nuovi candidati alla nostra vita. Questa volta erano 12, tutti maschi. La precedente era stata ad agosto dell’anno scorso, ed era mista. Normalmente la procedura è che l’interessato scriva la richiesta (sono state 127 nel 1994, poi 79 e 94, da 18 tra le 20 regioni continentali: questo senza andare in gira né pubblicare annunci); noi rispondiamo inviando un foglio informativo e un formulario da compilarsi dal parroco; ricevuto questo possiamo invitare il giovane a venire a vedere e sentire di persona. Dopo le due settimane può restare o tornare a casa, per rifletterci su oppure definitivamente. Se resta, dopo almeno tre mesi può iniziare ufficialmente la formazione, che nel giro di circa 5 anni può portarlo ad impegnarsi davanti a Dio e alla Chiesa con la promessa. E’ ovvio che non tutti i semi arrivino a dare frutto, come pure che non tutti vadano sprecati. Anche perché l’esperienza e gli insegnamenti di qua lasciano il segno. Me ne convincono specialmente quelli che se ne sono andati con fracasso (di solito mandati via) e che dopo mesi o anni si sentono in dovere di scrivere per ringraziare di quanto hanno ricevuto e magari per chiedere scusa.

La giovinezza è un periodo così ricco e delicato che vale la pena dedicarsi a sostenerlo, perché non vada sprecato dietro al sesso facile ed altre alienazioni, ma sia quello che deve essere: un tempo di meraviglia nella scoperta del proprio essere, con tutte le potenzialità ricevute dal Creatore (anche tramite l’ambiente familiare, religioso e sociale) per essere utilizzate nel migliore dei modi a vantaggio della crescita propria ed altrui; un tempo di verità nel valutare la società com’è stata costruita da chi ci ha preceduti, con successi e con orrori; un tempo di scelta e d’impegno, anche di fronte all’apparente impossibilità di trovare spazio (fosse solo per guadagnarsi da vivere!), perché la giovinezza è il tempo della speranza, dello sguardo rivolto al futuro...

Noi cerchiamo di aiutare i giovani a fare questo lavoro interiore, con la luce e la forza della Parola di Dio e dei sacramenti di Cristo, con l’aiuto di un ambiente fraterno e sereno, libero come pochi da queste parti. Guardiamo con loro al nuovo millennio, preparandoci a contribuire a che l’Africa risorga con Gesù ed occupi il posto che la Provvidenza le ha assegnato nel villaggio globale. Egli le dia e vi dia la sua pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

dalle costituzioni:

 

0.7.1. Queste Costituzioni contengono soltanto quelle cose del nostro carisma e delle nostre modalità che non sono previste cambiare.

0.7.2. Ciononostante, continuiamo a chiedere la luce di Dio e a trarre profitto dalle nostre esperienze in modo da capire meglio cosa vuole da noi, considerando la sequela di Cristo a norma del Vangelo, il patrimonio spirituale francescano, gli scopi della Chiesa e i bisogni del mondo, sempre dando il primo posto alla crescita delle nostre anime e alla salvezza dell’umanità.

 

 

 

 

«Arrivati a Gerusalemme,

i fratelli ci accolsero festosamente» (Atti 21,17)

Morogoro, 26-4-1998

Carissimi,

volevo scrivervi ieri, ma all’improvviso abbiamo sentito i fischietti passare per le case e invitare (o meglio intimare) tutti gli abitanti a radunarsi nel campo di pallone. Questa volta non per sostenere la squadra locale, come qualche giorno prima, quando si è riusciti a vincere la finalissima della “Mbuzi Cup”, ovverosia nientepopodimeno che la “Coppa della Capra”, cioè una piccola coppa da restituire alla prossima occasione e una capra per festeggiare subito. Ieri era il giorno fissato per ripulire il quartiere dai fattucchieri, come richiesto da una fetta della popolazione organizzatasi in comitato e passata a fare la colletta per lo stregone e i suoi satelliti. Dovevano raggiungere i 90.000 scellini, invece si sono fermati a 15.500. Anche la gente adunatasi non rappresentava la popolazione, e le autorità locali erano quasi del tutto assenti. Ciononostante, dopo un po’ di titubanza, hanno deciso di cominciare, per rifarsi a spese dei soliti polli, che hanno accettato di bere l’usembe. Fa parte degli usi di questa tribù far ingerire a tutti tale miscuglio a base di segatura, e poi vedere chi ne rimarrà ubriacato: sarà il segno sicuro che faceva fatture! Ieri ne hanno individuati 6, imponendo ad ognuno di portare subito 15.000 scellini. Per ogni ora di ritardo dovranno aggiungerne 5.000! Cifre enormi per gente che fa fatica a sbarcare il lunario. Peggiore ancora è il danno di essere marchiati a vita come stregoni, e quindi nemici del genere umano. Odii e vendette ne saranno le conseguenze. Come di consueto, la mancanza di fede (la creduloneria superstiziosa ne è una forma) porta alla mancanza d’amore. Anche per questo la Chiesa combatte contro di essa. Il nostro vescovo, che appartiene a questa tribù, ha preso posizioni dure. Per parte nostra, ieri siamo andati a pregare sul posto, e poi, interrogati da alcuni dei presenti, abbiamo dato le nostre spiegazioni, trovando convergenza (almeno teorica) con i Musulmani meno ignoranti di religione. E’ stata una testimonianza che ha dato fastidio agli interessati, ha rallegrato altri, ed ha trattenuto (o almeno giustificato) alcuni Cristiani dall’andare. Intanto folle di bambini guardano, ascoltano e, a modo loro, captano tutto, bene e male.

A Kiroka, in un ambiente più musulmano e superstizioso di questo, dal giovedì santo c’è una nuova presenza permanente: quella di Gesù nel sacramento dell’eucaristia, il vero cibo di cui tutti hanno bisogno, la vita di Dio donata per amore al mondo! Oh, se invece di bere usembe e altre perversioni, la gente ricorresse al Salvatore! Finalmente nel tabernacolo nuovo (offerto da qualcuno di voi) lui c’è ed attira tutti a sé. E’ una presenza misteriosa e realissima, più efficace di quella del parroco (anche quello nominato di recente, essendo l’economo della diocesi, continua a risiedere in città e ad andare a Kiroka la domenica). Il nostro fr. Daudi è stato fatto ministro straordinario della Comunione e quindi nei giorni feriali distribuisce lui il pane di vita alla comunità. E’ una scelta che abbiamo fatto: il grande desiderio di partecipare ogni giorno al sacrificio della Messa non ci impedisca di aprire comunità lontano da un prete, per portare la buona notizia della risurrezione anche tra le fratte. Grazie a Dio la normativa ecclesiale attuale prevede appunto la possibilità, per chi non è sacerdote, di supplirlo in qualche misura. A dire il vero, in Tanzania l’applicazione di tale possibilità è piuttosto ristretta, in conseguenza di una visione di Chiesa poco “ministeriale”: c’è il vescovo, ci sono i preti e poi i catechisti (la cui fisionomia è tuttora ambigua: laici mezzi pastori, normalmente a metà tempo e con un sussidio a volte ridicolo...). non c’è spazio per diaconi permanenti, accoliti, lettori e via dicendo. Almeno per ora. Lo Spirito Santo, che stiamo invocando tanto in questo secondo anno di preparazione al grande Giubileo, continuerà a soffiare... e noi vogliamo “dargli una mano”, cioè essere suoi strumenti in questo senso.

L’avere una seconda comunità è di grande vantaggio, specie se è non troppo lontana e in ambiente diverso. Si ha la possibilità di cambiare aria, cioè situazione, e quindi distendersi un po’ (magari anche diminuire tensioni che dovessero nascere tra membri della comunità: cosa che per ora non esiste, ma potrà succedere, tanto più che i frati con cui convivere non si scelgono ma si ricevono). Si ha la gioia di ricevere visite e di andare a trovare fratelli, di scambiarsi notizie e saluti, nonché servizi (dalla città mandiamo al villaggio le cose che là costano di più: zucchero, sapone, kerosene, etc. Mentre loro ci mandano i frutti della terra: banane, noci di cocco, canne da zucchero, arance, etc.). Si può avere un gruppo di formandi più omogeneo e quindi aiutarli meglio. E’ il progetto diffuso da san Francesco e san Domenico, quello di frati mobili, se non itineranti, molto diverso da quello di san Benedetto che voleva dai monaci la stabilità nello stesso luogo normalmente per tutta la vita. Quindi anche questo particolare contribuisce a uno stile di vita, crea una mentalità che in futuro porterà ad essere disponibili ad andare in capo al mondo per colui che è disceso dal cielo “per noi uomini e per la nostra salvezza”.

Tornando ai frutti della terra che i frati di Kiroka ci mandano, in parte è roba che comprano dai contadini (per chi interessa, una banana si trova anche a 15 lire, mentre in città a 100; una noce di cocco va da 120 lire in su; le arance puoi comprarle in blocco e coglierle tu stesso: allora una ti può costare anche solo 3 lire!); in parte è il prodotto dei terreni da noi acquistati (ora tutti vogliono venderci i loro lotti: ci siamo limitati a 6 ettari), dato che vi si trovavano già molte piante da frutto: oltre a quanto elencato, avremo presto manghi, papaie, mandarini e cassava. Buon per il portafoglio e per lo stomaco (ora rassegnato alla polenta per colazione, pranzo e cena, come si prendono gli antibiotici). Per i gastronomi: le banane, oltre che crude, si possono mangiare bollite, fritte, etc.; le noci di cocco si usano, grattugiate, al posto dell’olio; le canne si masticano e succhiano (basta avere buoni denti, specie per togliere la scorza!).

Naturalmente per Pasqua abbiamo fatto uno strappo alla regola, concedendoci tre panini a testa (fatti dalle sorelle), 15 chili di carne (in 50) e una bevanda pre-alcolica che non avevo mai assaggiato (anch’essa prodotta dalle sorelle con roselle da loro coltivate). Se la Pasqua porta tanta abbondanza, che sarà la Pasqua eterna, la festa di nozze dell’Agnello immolato e risorto? E’ in lui che vi voglio pieni di pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

dalle costituzioni:

3.2. la liturgia

 

3.2.1. La preghiera, che è il respiro delle nostre anime e anche della comunità, abbia il suo centro nella liturgia, e soprattutto nell’eucaristia, perché è lì che l’opera della salvezza continua ad essere compiuta.

3.2.2. Da parte nostra la liturgia è risposta comunitaria a Dio, vertice dell’attività della Chiesa e fonte di tutta la sua energia.

3.2.3. L’autenticità di tali parole dipende da quanto la fede considera i misteri celebrati; è anche aiutata dalla qualità del rito.

3.2.4. Lo stile semplice, francescano, che sottolinea l’amore più che la solennità del rito, si accompagni sempre alla dignità richiesta da quest’opera divina.

3.2.5. Poiché la liturgia è la prima area di riforma e di inculturazione della Chiesa, diamo importanza alla bellezza dei suoi vari segni, facendo partecipare il corpo e i suoi sensi; operiamo gli adattamenti consentiti ed attiviamo gli spazi di silenzio; cantiamo col cuore e con la voce, suonando i nostri strumenti musicali che celebrano la vittoria della vita sulla morte.

3.2.6. Ogni giorno partecipiamo comunitariamente al sacrificio della Messa o almeno alla mensa eucaristica, offrendoci totalmente a Gesù che si offre a noi con amore umile, affinché attingiamo energie nuove per servirlo nella vita.

3.2.7. Allo scopo prepariamoci con attenzione, e dopo restiamo a ringraziarlo per non meno di venti minuti, in modo da rafforzare la nostra unione con lui.

3.2.8. Ancor più, i frutti che possiamo cogliervi dipendono dalla purezza del nostro amore; perciò celebriamo con fede e sincerità il sacramento della riconciliazione ogni una o due settimane, per rinnovare le nostre anime e comunità.

3.2.9. Affinché tutta la nostra esistenza sia un canto di festa per la vita nuova a noi concessa, il ritmo quotidiano di tutte le nostre comunità sia scandito dalla celebrazione in comune di tutte le Ore della Preghiera della Chiesa a cui è tenuto un sacerdote.

3.2.10. Preghiamo ogni Ora a suo tempo ed alziamoci a metà della notte per l’Ufficio delle Letture.

3.2.11. Siamo tenuti a pregare individualmente quelle Ore che non fossimo riusciti a celebrare coi nostri fratelli.

3.2.12. Così saremo modello della Chiesa che ascolta Dio e fa il memoriale del mistero della salvezza, lodandolo e pregandolo in unità a favore di tutti.

 

 

 

 

«Chi è degno di aprire il libro

e scioglierne i sigilli?» (Apocalisse 5,2)

Morogoro, 20-6-1998

Carissimi,

eccomi a voi dopo un periodo di malattia. Questa frase potrebbe fare da introduzione a informazioni sanitarie tropicali, o meglio a considerazioni teologiche e spirituali sull’importanza di questa dimensione della vita. La cosa potrebbe essere utile a chi come voi è inglobato in una civiltà del benessere che non sa più vedere tante cose elementari, quale il senso del dolore. Personalmente non sono fachiro né masochista, ma stringendo un po’ i denti arrivo sempre a ringraziare Dio per queste esperienze di sofferenza. Quanto s’impara!

In modo simile, ogni riflessione sull’esistenza arricchisce la nostra umanità. Parlo dei grandi e piccoli fatti che ci riguardano individualmente, di quelli che toccano vicini e lontani, nonché di quelli del passato. Purtroppo spesso manca un’educazione appropriata a questo tipo di lavoro sapienziale, si è frastornati da miriadi di notizie flash che assomigliano terribilmente a un’indigestione coi fiocchi, o si è indirizzati verso interpretazioni superficiali dai commenti dell’uomo della strada o degli invitati in studio TV. Leggere in profondità gli avvenimenti non è un lavoro facile. Alla fin fine è necessario l’aiuto della fede, che vede l’invisibile.

Una fede così inserita nella vita è necessaria soprattutto oggi, ed è quella che perciò cerco di trasmettere ai giovani con cui vivo. Non si tratta solo di una “dottrina” né di conoscenze molteplici più o meno distanti dalla nostra umanità. E’ un modo di affrontare l’esistenza, comprendendone il vero senso, perché non ci capiti di sprecarla: è unica!!!

In questo lavoro di crescita, ogni corso porta il suo contributo. Ad esempio, ultimamente abbiamo percorso insieme la storia della Chiesa, con le sue luci e le sue ombre. E’ stato un ripasso utile anche a me, dopo tanti anni. Per loro è stata piuttosto una scoperta, mancando sensibilmente del senso storico e di tante conoscenze di base. Neanche chi ha finito le superiori conosceva Carlo Magno! Senza di lui come si fa a capire il Medioevo e poi la reazione (ad esso) che dura tuttora portando al distacco sempre più radicale dalla Chiesa, dalla fede, dalla religione e ora perfino dalla verità per cadere nel peggior scetticismo e nichilismo?

Cosa c’entra questo con l’Africa? C’entra e come, perché anch’essa è sempre più avviata alla globalizzazione, che non è solo economica ma pure culturale. Perché questo continente non venga avvelenato da barili di scorie di questo tipo di provenienza occidentale, deve riconoscere per tempo di dove vengono e cosa possono provocare. Prima di perdere il buon senso deve comprendere cosa sta avvenendo nei paesi post-industriali per non correre loro dietro nel rapido declino demografico, triste indice di un ancor più rapido declino umano, di una vecchiezza senza saggezza né futuro. Cos’è mai una nazione che uccide i suoi figli se non una iena che mangia il proprio corpo? Cos’è mai un sesso senza direzione se non il segno di un’esistenza senza scopo, di una vita senza senso? Cos’è mai un uomo che non sa più leggere il significato del proprio corpo, oppure un parlamento che non apprezza e tutela la famiglia?

Per capire come si è arrivati a tutto ciò dopo due millenni di cristianesimo, e per evitare che non capiti anche qua in breve tempo, bisogna guardarsi indietro. Quante responsabilità di uomini di Chiesa! Dio ci aiuti a fare meglio! Ma anche che raggi di luce che squarciano le tenebre più fitte! I santi, che meraviglia! Dio ci attiri sulle loro orme! Li moltiplichi ai nostri giorni!

Purtroppo tanti s’accontentano di conoscenze superficiali, parziali, se non dei soli titoli di alcune tristi pagine di storia ecclesiastica che servano di pretesto al proprio disimpegno di fronte al messaggio evangelico. E’ ancor più ridicola una simile ignoranza crassa e supina, che si fa critica autosufficiente, in chi ha collaborato in un modo o nell’altro a fare del secolo XX uno dei più infami della storia. Ciò che è necessario, come sempre, è l’apertura alla verità, con l’approfondimento dei fatti e degli sviluppi, nonché la comprensione dei perché, senza inutili scandalismi sulla debolezza umana.

Invece spesso oggi si guarda al presente senza vedere come ripete errori del passato, e si sottolineano aspetti molto settoriali per darsi fiducia che il futuro sarà migliore. Uno degli slogan più ripetuti da queste parti è che il prossimo sarà “il secolo della scienza e della tecnologia”. A parte che il livello d’istruzione elementare e superiore cala continuamente, io faccio notare spesso che entrambe le parole si riferiscono alle cose, non direttamente all’uomo che deve esserne il fine. Come vorrei che il prossimo fosse “il secolo dell’umanità” e magari “il secolo della santità”! Allora sì, potremmo parlare di “progresso”.

Se invece i grandi mezzi offerti dalla tecnologia (ad esempio nella comunicazione sociale) verranno solo per produrre la solita miscela esplosiva col peggio delle usanze ataviche (indicazioni da parte di maghi che compiendo come perverse, come stupri ed incesti, si raggiungerà la ricchezza bramata), i primi a rimetterci saranno, come sempre, i bambini, cioè il futuro! Mi sono molto rallegrato ieri a sentire che il governo ha finalmente proibito alcune pubblicazioni che da alcuni mesi si erano segnalate per immoralità. Non certo a livelli di pornografia italiana, ma abbastanza per corrompere i costumi locali. Purtroppo è molto più difficile regolare la diffusione di film, tra antenne paraboliche e videocassette...

Nell’ultima lettera parlavo di prezzi di alcuni prodotti agricoli. Vi sarete accorti che sono bassi. Ciò che li fa alzare molto sono i trasporti, specie quando richiedono l’uso di prodotti petroliferi. Comunque, per farvi un’idea della differenza rispetto all’Italia, gli esperti dicono che il costo della vita da voi è circa cinque volte più alto che in Tanzania. Ora, siccome il reddito pro-capite degli italiani è 148 volte maggiore di quello di qua (quello dei lussemburghesi lo è 307 volte), dividete per 30 il vostro bilancio ed avrete un’idea di ciò che può permettersi un tanzaniano del vostro livello. Riporto dall’ultimo aggiornamento dell’Enciclopedia Britannica:

 

 

reddito pro-capite

a parità di costi con gli USA

Lussemburgo

$ 39.850

$ 31.090

Italia

$19.270

$18.610

Tanzania

$130

$620

 

Lavoriamo e preghiamo per la giustizia e la pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

dalle costituzioni:

5.8. la madre della misericordia

 

5.8.1. Ogni rapporto umano richiede soprattutto misericordia, la più grande caratteristica del nostro Padre celeste.

5.8.2. Maria gli somiglia più di qualunque persona umana, poiché è arrivata al vertice dell’amore unendosi a lui nella vita quotidiana del villaggio.

5.8.3. Il suo canto ci attira ogni giorno ad essere fedeli a Dio e solidali con le speranze della povera gente.

5.8.4. Seguendo il suo esempio meraviglioso di tenerezza, misericordia e generosità, sforziamoci di assaggiare l’amore del Padre, di annunciarlo al mondo e di attuarlo ancor meglio delle mamme.

5.8.5. Maria, annuncio vivente della misericordia di Dio, col solo suo andare in fretta a servire la propria parente, fece sì che il feto e sua madre fossero ripieni della gioia dello Spirito Santo.

5.8.6. Anche noi portiamo consolazione approfittando di ogni occasione di aiutare umilmente chi è in difficoltà, così che la bellezza divina del vivere con amore parli nei cuori umani prima che la la nostra bocca abbia proclamato il Cristo quale risposta a tutte le problematiche della loro esistenza.

 

 

 

 

«Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose,

ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno.

Maria si è scelta la parte migliore...» (Luca 10,41-42)

Morogoro, 15-8-1998

Carissimi,

il 9 luglio scorso la nostra associazione ha spento la prima candelina. Al compimento dell’anno, i fratelli e le sorelle che si erano impegnati per tale breve periodo hanno rinnovato regolarmente le loro promesse di vivere il Vangelo comunitariamente secondo il nostro carisma, espresso nelle Costituzioni che andate leggendo a puntate. Il giorno prima avevamo accolto alla prova (“noviziato”, direbbero i religiosi) alcuni giovani dei due sessi, in anticipo sul gruppo che dovrebbe iniziare in febbraio prossimo. I giorni seguenti abbiamo tenuto la riunione annuale dei responsabili dei due rami per una revisione e programmazione comune. Come vedete, anche ad un anno si sono presentati (in piccolo) i fatti ordinari degli istituti di vita consacrata, e li abbiamo affrontati con semplicità e maturità. Si consolidano le strutture, insieme alla coscienza di un’identità particolare, di un carisma profetico da incarnare con disinvoltura nella Chiesa. Penso alla nostra sorella Helena andata a partecipare all’assemblea annuale delle madri generali, tenuta nella sede della Conferenza Episcopale in contemporanea con la riunione dei vescovi.... Avrei voluto vederla, così giovane e senza istruzione, coi suoi sandali fatti di copertoni d’auto, là, in quell’ambiente! Il nostro vescovo mi ha detto compiaciuto che se l’è cavata bene.

Quanto a me sono sempre più richiesto per la predicazione, ma evidentemente non posso dire sempre di sì, dati gl’impegni di formazione in casa. In questo periodo ho predicato a due gruppi di sacerdoti locali: quelli convenuti nel vicino seminario salvatoriano per un corso d’aggiornamento a livello nazionale, e quelli della diocesi per una due giorni di santificazione. Con questi ultimi abbiamo vegliato in preghiera fino al mattino, dopo esserci confessati a vicenda. Come ho detto loro, se i fedeli ci avessero visti e sentiti in questi due momenti avrebbero ricevuto un grosso conforto nella fede e imparato a stabilire un rapporto più fraterno coi loro pastori. Certo non si può pretendere di cambiare in poche ore situazioni di lunga durata: ciò che si è rovinato per tanto tempo non si ripara in quattro e quattro otto! Intanto è così importante riconoscere la propria miseria, proporsi sinceramente di cambiare e soprattutto scoprire che si è dimenticata “la parte migliore”, il rapporto intimo con Gesù, senza del quale possiamo fare niente e basta. Manca la formazione alla preghiera in quelli che dovrebbero esserne i maestri! Cosa di peggio?

I vescovi stanno correndo ai ripari, di fronte a vergogne continuate e al pericolo di vedersi il clero decimato dall’AIDS (non vi nascondo che anche la nostra vicina di casa, mortane di recente, dopo esserne stata contagiata dal marito e rimasta vedova è stata per un periodo l’amante di un giovane parroco...). hanno anche steso un procedimento per i vari casi. Ma qualcuno si chiede se la prospettiva giuridica (o penale) sia quella migliore per affrontare il problema, che senz’altro esiste. Come esiste quello economico, dato che le offerte dei fedeli sono generalmente modeste, mentre le elemosine per la celebrazione di Messe sono stabilite a 300 o 500 scellini, tanto per comprarci un litro di benzina in un territorio parrocchiale vasto come una provincia. Così ognuno si arrangia come può, tra agricoltura ed altro. Cosa che riduce ulteriormente il tempo della preghiera e dell’apostolato. Diversi di loro mi hanno chiesto di procurargli intenzioni di Messe dall’estero, sapendo che le cifre sono ben diverse. D’altra parte non posso eludere una domanda: se avessero in mano più soldi, come li userebbero? Oltre le ammonizioni superiori a non diventare commercianti, resta l’invito pressante del Concilio e del Sinodo a una vita semplice, vicina a quella del popolo.

Avendo nominato l’agricoltura, devo informarvi dei nostri campi di Kiroka: uno dopo l’altro, a distanza di pochi giorni, sono stati quasi distrutti dal fuoco. E’ un’usanza della tribù locale bruciare, bruciare e poi bruciare in questo periodo di secca. Fin da quando siamo immigrati a Morogoro mi ero accorto con dispiacere e insofferenza che ogni giorno più di una fetta di flora di montagna andava consumata inutilmente. Quello di cui non mi ero ancora reso conto era che la perdita non si riduceva a boschi, ma a frutteti ed altro... L’ho capito adesso che abbiamo una comunità in villaggio. I nostri frati erano stati avvertiti del pericolo, e quindi avevano cominciare ad isolare il campo migliore facendo la barba ai confini. Purtroppo il fuoco è arrivato da un’altra parte. Poi un altro fuoco da vicino alla chiesa è corso al campo superiore, ma loro avendolo visto salire hanno fatto in tempo a limitare i danni. Infine un altro ha assalito il campo centrale distruggendo anche le forme dei mattoni; un anziano vicino ha salvato un po’ di granturco che non avevamo ancora raccolto. E’ vero che gran parte delle piante distrutte ricacceranno dalle radici o dal tronco, ma non è certo consolante pensare a dover ricominciare da capo ogni anno, per raccogliere solo nei mesi di pioggia, quando le banane, ad esempio, ci sarebbero tutto l’anno! C’è poco da pensare ad oliveti...

Come sempre alle molte parole seguono pochi fatti, per fermare quest’usanza dannosa a tutti e quasi inesplicabile. Pensiamo però: quanti fatti più dannosi di questi accadono nel mondo senza che si faccia niente per fermarli? Quanti sono altrettanto inesplicabili nel comportamento anche di un europeo? Torniamo al punto iniziale: il primo compito di un sacerdote è pregare, perché la salvezza è sempre un dono dall’alto, da chiedere o almeno da ricevere umilmente. Il Signore ve lo conceda, perché godiate la sua pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

dalle costituzioni:

3.2. la preghiera del cuore

 

3.3.1. Partecipando pienamente alla liturgia, impariamo a sviluppare sempre più la nostra conversione e la preghiera del cuore.

3.3.2. Preghiamo insieme in questo modo ogni giorno, stando con Gesù eucaristia per condividere i pensieri del suo cuore.

3.3.3. Parlando al Padre come figli anelando ad ardere per suo amore più che ad essere illuminati sulle parole ed opere con cui si rivelò a noi.

3.3.4. Confidiamo come poveri nello Spirito Santo ed impegnamoci affinché tali occasioni fruttino al massimo, però se ci imbattiamo in prove di qualsiasi genere non ci scoraggiamo, poiché crediamo che perseverando fedelmente riceviamo lo stesso l’amore eterno che ci plasma in silenzio.

3.3.5. A volte, invece di stare in silenzio, pronunciamo con la voce ciò che ci esce dal cuore verso il nostro amato che è divenuto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione.

 

 

 

 

«Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,

sia benedetto il nome del Signore! » (Giobbe 1,21)

Morogoro, 24-10-1998

Carissimi,

questa volta ne ho da raccontarne! Cercherò di limitarmi. La prima è che a Kiroka non siamo riusciti a costruire il conventino durante la stagione secca, e ormai la pioggia è arrivata. Come si dice, chi troppo vuole nulla stringe. Il mio vice ha voluto costruire prima un locale (6 metri per 7) che fungesse da dispensario alla domenica, quando le suore diocesane vengono a curare le gente che non trova adeguata assistenza nell’omologa struttura governativa (mancanza di medicine o che altro?). Il suo scopo era evitare che esse continuassero ad usare la casa canonica da noi adibita a conventino provvisorio. Purtroppo i lavori sono andati molto lenti (soprattutto a causa delle malattie) finendo solo a settembre, quando anche le nostre sorelle hanno potuto trasferirsi a Kiroka. Esse hanno allora occupato la canonica e i fratelli il nuovo locale, a valle, a 5 minuti di cammino.

Altro motivo di ritardo è stato il non aver saputo resistere alla tentazione (?) di coltivare un po’ in quella specie di paradiso terrestre, trovandosi poi costretti a scontri frontali cogli scimmioni così restii ad abbandonare il campo. Il che comporta fare la guardia a tempo pieno.

Altro motivo ancora è stato lo scoraggiamento seguito ai falliti tentativi iniziali di fabbricare i mattoni. Infine abbiamo ripiegato su quelli piccoli, che però si dovranno cuocere (fra due o tre giorni). Ne sono pronti circa 6.000, nella campagna centrale (due ettari), anch’essa a circa 5 minuti dal suddetto nuovo locale. Al riguardo è stato decisivo l’aiuto delle sorelle (trasporto dell’acqua).

Finito questo lavoro (in attesa di continuarlo l’anno prossimo, dopo le piogge, insieme alla costruzione) entrambe le comunità si daranno all’agricoltura, naturalmente senza trascurare gli elementi fondamentali della nostra vita. Nonostante le difficoltà sanitarie e logistiche (pensate a 12 persone affollate in quel monolocale, che fa da dormitorio, refettorio, parlatorio, cappella, luogo di studio etc.) l’entusiasmo è alto da entrambe le parti. Evidentemente il villaggio ci si confà più che la città, come avevamo già capito in teoria. Anche i nuovi arrivati (abbiamo avuto un’altra due-settimane vocazionale, proprio a Kiroka, per 10 maschi) vi si trovano subito a loro agio.

In vista di una prossima fondazione (nel nuovo millennio!) ho accolto l’invito del parroco di Mgeta, sulle montagne sovrastanti Morogoro, ad andare a predicarvi una domenica. E’ l’ambiente più tipico di questi Luguru, ed io ho potuto gustarlo (è il termine giusto) nella più solenne delle loro feste: quella delle prime Comunioni. L’entusiasmo esploso verso la fine della Messa e poi fuori della chiesa non ha paragoni nella mia memoria, pur abituata alla festosità bantù. Tutto in così perfetta armonia con quel paesaggio di ripidi saliscendi (è una scarpinata ininterrotta) e quei terrazzamenti, necessari per sfruttare al meglio ogni centimetro quadrato di montagna, che hanno purtroppo eliminato gli antichi boschi. Bandiere sventolate sulla testa della gente, gorgheggi e strumenti musicali d’ogni tipo, dagl’immancabili tamburi di varia grandezza a delle latte d’olio sfondate e arrugginite. Così, ballando, cantando e suonando, la gente è tornata dalla parrocchia ai villaggi di provenienza nelle varie direzioni coi festeggiati portati a spalla di corsa giù per gl’impervi sentieri senza paura di precipitare di sotto. Come avrete capito, si tratta di una zona prettamente cattolica (ora cominciano ad infiltrarsi pentecostali ed avventisti), come le quattro parrocchie circostanti: di là sono usciti due vescovi e la maggior parte del clero diocesano. Per essere obiettivi, c’è anche da notare una forte superstizione e mancanza di catechesi. Un cattolicesimo sentito come propria identità, ma eventualmente poco evangelico, come la stessa festa ha fatto intravedere: bambini abbigliati e acconciati da ricconi, ed altri a piedi nudi come me... Per questo il vescovo ci vuole là, tra la sua gente, prima possibile.

Un altro capitolo della nostra storia si è aperto domenica scorsa, quando si è trasferita in una casa qui vicina Marchelina, una giovane vedova della regione della capitale, con due dei suoi cinque figli. Professa dell’Ordine Francescano Secolare, si sente chiamata a condividere nel mondo il nostro carisma. Ve ne avevo già parlato come prospettiva, ora si presenta come una realtà al suo sbocciare. Perché possa mantenere la famiglia, stiamo terminando di costruirle una bottega nell’erigendo mercato rionale. Ci viene a costare circa 200.000 lire... Intanto altri secolari si preparano a venire: vedremo come sistemarli, qui o a Kiroka.

Tra il nostro convento e la sua casa in affitto si stende un acro destinato dal piano regolatore ad essere scuola materna. Con firma del vescovo lo avevamo chiesto alla regione per costruirvi noi l’asilo in modo tale da non disturbare troppo il silenzio che ci è necessario. Ci risposero che non potevano darcelo perché già assegnato ai Musulmani. Invece un mese dopo l’hanno dato ad una suora irlandese passata attraverso un pezzo grosso; tra l’altro, invece della scuola, ci costruisce la casa per sé e per un auspicato ramo maschile della sua congregazione. Proprio per questo ha voluto essere vicino a noi: purtroppo i bambini resteranno senza l’educazione di base cui hanno diritto...

Anche noi ci prepariamo a costruire un’aula, dirimpetto al refettorio: potrà servire per noi e per altri che desiderano approfittare delle nostre conferenze e lezioni formative (come le novizie cappuccine che vengono regolarmente da vari mesi) o magari anche per materie profane... Intanto, dopo varie proposte, ho iniziato, d’accordo col parroco, un lungo corso biblico-catechetico nei locali scolastici vicini alla cattedrale (priva delle necessarie strutture pastorali): un’ora e mezzo ogni sabato pomeriggio. Tanti ne sentivano il bisogno, data la molteplicità di denominazioni religiose che si registra in città: speriamo perseverino.

Iniziativa a ben più vasto raggio è l’edizione (in 30.000 copie) di un sussidio catechistico per bambini, tutto a colori e in carta patinata resistente. Presenta testo biblico e illustrazione dei più importanti fatti e detti della Bibbia, con note pedagogiche per gli educatori. Estratto da un catechismo dei vescovi italiani, tradotto da me in Kiswahili, amorosamente curato da mio fratello Renato (che arte!), e interamente pagato dal professor Eraclio Boccale, si prepara ad entrare in case e capanne di Tanzania e oltre... Sarà distribuito a prezzo di costo (720 lire) per assicurarne la ristampa e cercare d’evitare i soliti abusi.

L’ultima notizia fa contrasto netto con le precedenti. Data la diffusione del virus HIV/AIDS (in Tanzania si parla ora del 38%), già da tempo avevamo progettato di esaminare il sangue di tutti i nostri giovani per non trovarci con un peso schiacciante sulle spalle. Del resto l’Unione Nazionale dei Religiosi l’aveva già stabilito, nonostante resistenze d’ogni tipo ne intralcino l’attuazione. Finalmente abbiamo trovato la via giusta: un organismo non governativo locale chiamato “Faraja” (= “Consolazione”), rivolto soprattutto ad affrontare i problemi connessi con l’epidemia. Dopo due conferenze sanitarie-psicologiche, sono venuti a prendere il sangue. Daranno la risposta definitiva in segreto all’interessato dopo che la loro analisi sarà stata confermata dal principale laboratorio nazionale.

Nel frattempo a me hanno comunicato il dato statistico. Credevo piovesse, ma non che grandinasse: a loro risulta che quasi la metà dei membri delle nostre comunità (professi compresi) sono sieropositivi. Sbagli adolescenziali o giovanili, imprudenze nell’uso di siringhe, lamette o altro... in ogni caso questo è il risultato. Non basta cambiare vita per rimediare a tutto. Pregate per loro perché la fede che li ha condotti in comunità li sostenga nel portare una simile croce. Credano che anche poco tempo di vita può essere molto fruttuoso se ricco d’amore. Sperino d’incontrarsi presto con Colui che è il nostro tutto, mentre altri dovranno continuare a lungo il loro cammino terreno verso la stessa mèta. Amino intensamente il Cristo sofferente in loro e per loro, perché ogni dolore sia redentore.

Da parte mia, oltre alla pena per ciascuno, sto provando di nuovo la desolazione del 1994, quando bruciarono il conventino femminile di Izazi, e poi quando fummo costretti a cercarci un’altra diocesi. Il lavoro fatto sembra in gran parte perduto: ma non è così. Mai il bene va perduto; e poi il lavoro non è mio, ma suo, di Dio: sa lui come portarlo avanti. Basta credergli e continuare come se nulla fosse: quando il treno deraglia, non lasciare il comando...

Già da tempo avevo pensato all’opportunità profetica di fondare una comunità francescana per sieropositivi; ne avevo parlato coi giovani e con la psichiatra iniziatrice di Faraja. Ora ne ho parlato col vescovo, il quale mi ha detto che ne avrebbe parlato col cardinale. Non si tratta di discriminare, ma di evitare che la nostra associazione si trovi bloccata ad assistere i propri malati terminali. Si prevede che dal 2002 l’economia nazionale comincerà a risentire pesantemente dell’epidemia di AIDS. Mentre aumenteranno enormemente altri bisogni, spirituali oltre che materiali. Quanti dei giovani preti, frati, suore, seminaristi, maestri, infermieri etc. hanno nel sangue una morte prematura? Chi potrà prendere a lungo il loro posto? “Eccomi, Signore, manda me!” (Isaia 6,8).

Non violeremo il segreto di nessuno, non giudicheremo né cacceremo alcuno. Chi vorrà, potrà restare ancora un po’ con noi in incognito. Però prima di accedere ad una nuova tappa d’iniziazione alla nostra vita, dovrà allegare alla domanda l’analisi fatta. Oppure l’aiuteremo a sistemarsi, da solo o con altri, accanto a noi, come i francescani secolari, per sostenerci a vicenda sino alla fine.

Il Signore dia a noi e a voi la sua pace!

fr. Riccardo Maria

 

 

dalle costituzioni:

4.2. amore assoluto

 

4.2.1. Il celibato consacrato a Dio è una condizione migliore di quella castità richiesta a tutti; inoltre supera in bellezza il matrimonio cristiano, come la speranza della risurrezione è superiore a qualsiasi speranza umana in questa vita.

4.2.2. La sua verità sta nel continuare ad essere conquistati dall’amore di Dio e a sperimentare tramite la fede come vuole che corrispondiamo, partecipando pienamente alla vita di Gesù fino alla fine, quando si offrì vittima, lui amore supremo non amato dagli uomini.

4.2.3. Poiché proviene da un amore unico e punta ad opere generose senza discriminazione, il celibato consacrato si nutre di amore, soprattutto ricevendo sacramenti come si deve, edificando la comunità come famiglia eccellente, e progettando grandi mète apostoliche.

4.2.4. Poiché richiede castità perfetta del corpo e dello spirito, insieme alla rinuncia all’amore coniugale e alla procreazione umana, pretende dalla persona uno sforzo continuato per attuare i valori del proprio sesso nella maniera migliore che non si basa sul corpo, ma sul donarsi con amore che costituisce la grandezza dell’essere umano.

4.2.5. Se non viene vivificato e maturato di continuo, può rovinarsi rapidamente in seguito alle difficoltà nuove che possono insorgere nelle tappe successive della vita e rendere difficile la fedeltà alle promesse, come capita alle persone sposate benché abbiano un sacramento che li unisce.

4.2.6. Allora uno resta senza niente: né amore, né maturità, né prole spirituale o corporale.

 

 

 

 

«Signore, mostraci il Padre e ci basta» (Giovanni 14,8)

Morogoro, 10-1-1999

Carissimi,

eccoci allo sprint finale verso il grande Giubileo! Benché viviamo distanti abbastanza, quest'anno siamo tutti impegnati o almeno invitati a contemplare il volto del Padre (il più profondo anelito del cuore umano, che non ci dà pace finché sia soddisfatto e divenga eterna beatitudine). Per alcuni questo comporta un ritorno a casa come quello del famoso figlio prodigo, a partire dalla presa di coscienza umile e sincera della propria situazione di povero peccatore; ma coraggio, ci dice la madre Chiesa, il Padre ci attende ora come non mai!

Attenti, però: questa contemplazione, questo viaggio nella fede non avviene solo nei momenti esplicitamente dedicati alla preghiera (il mistero del colloquio con Colui che più d’ogni altro è sempre presente) ma anche in tutti gli avvenimenti del “terribile quotidiano”, in quell'intreccio di gioie e speranze, di tristezze e d’angosce che riempiono la nostra vita, e che si moltiplicano nella misura in cui c’immedesimiamo negli altri, mettendoci nei loro panni.

Quest’introduzione è per cogliere il nocciolo del discorso, quello che c'è d’essenziale in tante notiziole che v’invio di tanto in tanto. So che le ultime hanno fatto accapponare la pelle a qualcuno. Da parte nostra abbiamo reagito costruendo la prima ala del conventino di Kiroka (siamo quasi al tetto). Questo nonostante attendiamo ancora i risultati definitivi delle analisi del sangue (ad alcuni è stato preso tre volte, da settembre in qua, perché da queste parti non mancano mai gli imprevisti) circa l'AIDS.

Come è possibile fare tanti progetti in una situazione come questa? Prima cosa, sempre, la fede! Sappiamo a chi abbiamo creduto quando abbiamo risposto alla sua chiamata. Siamo certi che questa è opera sua, e che lui la porterà avanti fino a quando vorrà, nonostante tutto. A lui appartiene il futuro come il passato e il presente. Noi vogliamo solo essere suoi strumenti, lasciandogli la direzione dei lavori. Nessuno di noi è indispensabile.

Oltre la fede, c'è il modo “africano” di affrontare la realtà, senza drammatizzare troppo, con tanta fiducia che la vita vince sempre la morte, che altri più numerosi occuperanno il posto di chi muore. Per questo si festeggiano le nascite, le prime mestruazioni, i defunti che hanno lasciato prole... la vita continua anche nelle situazioni più dure. Non so se, tra tanti film insulsi, abbiate visto quel capolavoro sul deserto del Namib intitolato “E tutti vissero felici e contenti”. Non per niente viene dalla nostra Africa!

Nella misura in cui è difficile che i semi spuntino, se ne devono buttare di più, per essere certi di raccogliere qualcosa. Da queste parti si lavora sulla quantità: molte nascite, molte vocazioni... Poi c'è la selezione più o meno naturale. Pensate che l'anno scorso sono venuti a vedere la nostra vita oltre cinquanta ragazzi e ragazze, e non da qui vicino! Alcuni sono rimasti poche ore o pochi giorni, altri mesi, altri promettono bene. Su tanti, nonostante anche l'AIDS, qualcuno resterà. Poco ma sicuro. Inoltre si è verificato il fenomeno di alcuni tornati dopo 3-4 anni, più decisi che mai. Io ero già convinto che un'esperienza come questa lascia il segno nel giovane che va via. Il nostro è un modo di vivere così basato sulla fede, così contrario agli indirizzi del mondo, così diverso pure da un certo andazzo dell’ambiente ecclesiastico, che non è facile farlo proprio in poco tempo, senza una base di seria vita spirituale. Specialmente qua dove siamo: in una città detta “Jiji kasoro bahari” (letteralmente “metropoli eccetto l'oceano”) per paragonarla alla grande Dar es Salaam, a due passi da numerose case di formazione di religiosi dallo stile di vita europeo o americano,-è facile per i nostri candidati domandarsi (ed essere interrogati, anche aggressivamente) sul perché scegliersi un tipo di esistenza cosi controcorrente. C'è pure chi è apertamente contrastato da familiari ed ecclesiastici (fatto lacerante per un africano!): “là no!”. Ciononostante c’è chi persevera e chi, dopo avere riprovato la vita del mondo, si deve convincere che non è più lo stesso, che vede le cose in un altro modo, che il suo posto è un altro, non quello.

Qui continuiamo a seminare senza risparmio... in Quaresima altri giovani inizieranno la prova (il “noviziato”) dopo 2-6 anni di comunità. Intanto accogliamo nuovi arrivi: mentre vi scrivo è arrivato il secondo di quest'anno.

Cambiando discorso, la fame conseguente a El Nino ha già fatto i primi morti. La FAO manda aiuti, la Caritas distribuisce, il Presidente ha autorizzato l'acquisto esentasse di granturco estero... ma il prezzo continua a salire. Una “debe” (18 chili) da 1.500 è già sopra i 4.000 scellini e a Kiroka c'è chi ha comprato a 6.000 (=15.000 lire). Inoltre la pioggia non è ancora cominciata: quando arriverà il raccolto? L'unica magra consolazione è che, senza piogge, ci sono poche zanzare e quindi poca malaria, la malattia nettamente dominante qua e sempre più resistente. Provocava il 20% delle attendenze ospedaliere, ora è arrivata al 50%! Anche dall'annesso bilancio annuale della nostra associazione giovanile si vede che le spese sanitarie continuano ad incidere sempre più sul complesso. Ma pure per il 1998 Dio è stato fedele alle sue promesse, e a noi che cerchiamo anzitutto il suo regno e la sua giustizia ha dato il resto in sovrappiù, anche attraverso la vostra collaborazione; perciò l'ulteriore diminuzione delle offerte dall'Italia non ci crea certo l'affanno!

 

BILANCIO 1998 IN LIRE

(al cambio medio di 1725 per dollaro e per 669 scellini)

 

 

ENTRATE

(1997)

USCITE

(1997)

Riporto

10.017.051

6.359.679

 

 

Benefattori

43.585.339

49.882.348

 

 

Prestiti

1.358.285

994.998

 

 

Restituzioni

1.403.515

2.890.640

 

 

Interessi bancari

418.832

0

 

 

Vendite

668.604

1.004.325

 

 

Terreni

 

 

7.582.877

3.223.893

Costruzioni e arredamenti

 

 

4.967.368

3.019.767

Formazione

 

 

8.598.971

10.374.577

Alimentazione

 

 

8.381.902

9.169.281

Prestiti

 

 

2.388.698

2.547.553

Restituzioni

 

 

1.365.218

786.746

Opere e donazioni

 

 

8.483.024

10.996.534

Sanità

 

 

1.884.093

1.444.257

Vestiario

 

 

809.441

449.517

Attrezzi

 

 

310.262

54.199

Casalinghi

 

 

139.882

223.948

Illuminazione

 

 

839.217