Circolari N25 |
“Venite,
costruiamoci una città e una torre,
la
cui cima tocchi il cielo” (Genesi 11,4).
Morogoro, 8-4-2004
Carissimi,
voglio raccontarvi subito un evento che negli ultimi mesi ha fatto parlare a lungo la popolazione di questa città, e non solo essa. Intanto dovete sapere che qua, per motivi di sicurezza, è proibito il trasporto pubblico nelle ore notturne. Naturalmente c’è chi può e chi non può. Un riccone di origine araba, può questo ed altro, anche perché si premura sempre di fare regali a tutti i pezzi grossi del governo e della polizia non appena arrivano da queste parti. Che sia prodigo di bustarelle lo sa anche il presidente della repubblica, tanto che nel 2000, quando il proprio partito sceglieva i candidati al parlamento, fece annullare la designazione del suddetto perché avrebbe squalificato le sue dichiarazioni verbali di lotta alla corruzione.
Una sera di febbraio, dopo che i suoi autobus per Dar es Salaam (naturalmente pieni, dato che qua non si parte finché c’è un posto vuoto) si erano susseguiti alla solita distanza di mezz’ora dal primo mattino fino al tramonto, verso le sette e mezzo (che qua è sempre buio) ne è partito un altro, nella speranza di arrivare verso le dieci. Purtroppo, arrivato a Visakazi, ha travolto un ciclista, poi ha investito un rudimentale ristorante uccidendo altre quattro persone, per andare infine a cozzare contro un camion in sosta con immediata morte dell’autista. Dei passeggeri non si sa bene quanti ne siano morti, perché l’ineffabile personaggio, informato della cosa, deve avere dato ordini di non lasciare tracce, pagando l’omertà di numerosi testimoni, facendo seppellire i morti di notte non si sa dove, e disperdendo i feriti in ospedali vari. Mal per lui, uno di questi ultimi era un famoso giornalista che aveva lavorato anche per la sua radiotelevisione prima di dare avvio alla nostra Radio Ukweli: ricoverato a Morogoro, è morto in nottata. Naturalmente i suoi colleghi ne hanno onorato la memoria parlandone e scrivendone… così l’accaduto è subito trapelato, nonostante egli abbia acquistato tutte le copie dei giornali che portavano qua la notizia (la quale cosa ha pure provocato un raro corteo dei rivenditori, vistisi privati del reddito quotidiano in un periodo di fame…).
La cosa che proprio non poteva fare era azzittire la nostra emittente, anche perché la gente cercava disperatamente i propri parenti che potevano essere saliti su quell’autobus. Non potete immaginare gli affanni di quei giorni in questi ambienti con difficoltà di comunicazione (anche se l’anno scorso la Tanzania ha raggiunto il milione di telefoni, in gran parte cellulari). Chi si rivolgeva alle autorità di governo e di polizia veniva sballottato da un ufficio all’altro se non da una regione all’altra (dato che il luogo dell’accaduto era vicino al confine tra Morogoro e la Costa). Chi andava direttamente dal ricco arabo si sentiva dire soltanto che lui aveva già sistemato tutto con le autorità… Chi cercava i feriti doveva girare ospedali e relative corsie a Morogoro, Dar es Salaam e località intermedie. Per i cadaveri, niente da fare… La nostra radio ha dato spazio alle loro voci, anche alle loro rabbie, come quella di un padre che ha cercato ovunque due figlie per poi trovarne una sola, ricoverata da qualche parte.
La gente di qua accetta la morte e non si stupisce degli incidenti, perché sa bene che “Safari ni safari”, cioè un viaggio è sempre un viaggio: anche se fatto nel modo più comodo nasconde incognite. Quello che non può accettare è di essere privata della sepoltura dei propri cari, specie se con la copertura delle autorità che dovrebbero difenderne i diritti. L’indignazione generale si è espressa perfino col lancio di pietre contro l’auto del ricco arabo che passava per la città, ed ora continua con atti vari a livello giudiziario, anche da parte dei numerosi dipendenti delle compagnie di proprietà della sua famiglia.
Negli stessi giorni, un poliziotto della stradale è stato ucciso a colpi di pistola non lontano da noi: c’è chi dice che recava informazioni sull’incidente. Mah! A noi è arrivata una lettera dell’avvocato che pretendeva chiedessimo scusa di aver danneggiato l’immagine del proprio cliente e pagassimo l’equivalente di 40,000 euro. Purtroppo per lui il programma citato non si chiamava in quel modo, quel giorno non era andato in onda, in ogni caso doveva essere una rassegna dei titoli dei giornali senza responsabilità da parte nostra, ed infine i quotidiani non parlavano del fatto… Era solo per intimidirci. In ogni caso, ora vengono segnali di distensione: oggi la sua TV registra i saluti pasquali del Vescovo e domani riprenderà in cattedrale l’intera liturgia della Passione. “Gesù ha vinto!”, è il commento di mons. Mkude.
Un personaggio completamente diverso è Hans Stoks, olandese cinquantenne rimasto con noi per un’intera settimana di Marzo comunicandoci la propria testimonianza umana e cristiana. E’ padre di famiglia, con moglie e cinque figli nel paese dei tulipani, ma vive con loro solo durante il mese di agosto. Il resto dell’anno, dal lontano 1983, dopo terminati gli studi di filosofia, teologia e missiologia, lo passa in Africa. Ma non è un comune volontario laico, normalmente impegnato in opere sociali. Ci tiene a sottolineare che è un missionario, un inviato, uno che ha lasciato tutto per annunciare il vangelo della pace. Malvestito, è tutto dedito alle popolazioni nomadi dell’Africa Orientale (da tre anni ne ha l’incarico ufficiale dell’Associazione delle Conferenze Episcopali della regione). E’ soprattutto esperto di lingua e cultura Masai, ma ha allargato sempre più il suo raggio di azione fino a raggiungere le poche popolazioni cha ancora vivono all’età della pietra: come i nostri Hatzapi, che non conoscono né agricultura né allevamento, limitandosi a cacciare e a raccogliere quanto passa la foresta; o come i più conosciuti Pigmei dell’Africa Centrale, definiti da un antico faraone “i cantori di Dio”.
Contrariamente a quanto molti pensano, Hans sottolinea che questa gente non è affatto priva di cultura, dato che l’uomo rende cultura tutto ciò che tocca: la cultura per lui è come l’acqua per il pesce. Il fatto che forse stupisce è che essa ami la propria cultura, il proprio modo di vivere, e che spesso, se viene a contatto col nostro, lo rifiuta come Abramo rifiutò la civiltà mesopotamica in pieno sviluppo attorno a lui e continuò la sua vita da nomade. Viene da pensare alla vecchia battutta: i matti sono quelli chiusi dentro o quelli di fuori? Il cosiddetto “progresso” ha innegabili pregi, ma perché non vederne i molti limiti? Perché non approfittare dell’attuale impegno internazionale al dialogo tra le culture per confrontarci con questi nostri fratelli: chissà che Dio non li abbia conservati così com’erano centomila anni fa per insegnare a tutti noi qualcosa che è molto importante anche per chi vive di computer? Hans ne è più che convinto, tanto da sottolineare i danni che il progresso produce nel cuore dell’uomo e da giungere a chiedersi se i “primitivi” abbiano il peccato originale… per come li ha visti uniti e solidali. Già gli allevatori li vede diversi: è venuto tra noi direttamente dalla regione Turkana del Kenya, dopo aver abortito due mesi di sforzi per pacificare l’omonima tribù (in pratica Masai che non usano la circoncisione) con quelle vicine dell’Uganda, del Sudan e dell’Etiopia (ma i relativi confini sono solo teorici, dato che gli stati sono del tutto latitanti) recentemente coalizzate contro di loro, sempre a motivo di razzie di bestiame. Non per niente in latino bestiame è sinonimo di denaro: quella pecunia, l’attaccamento alla quale è vista da san Paolo come la radice di tutti i mali.
A chi vede solo l’aspetto eroico delle sue imprese, come le lunghe camminate, il dormire per terra, il nutrirsi di insetti insieme con la “sua” gente, lui contrappone la bellezza e ricchezza della propria esperienza. Purtroppo, i giovani occidentali che sono attratti dal suo messaggio esistenziale, li trova psicologicamente fragili, spesso inapaci di imporsi la rinuncia a ciò a cui sono abituati. I giovani africani, poi, specie se formati in ambiente ecclesiastico, sono proprio refrattari a questo tipo di discorso, tutti attratti dal fascino del “progresso”. Non per niente i missionari con esperienze simili alla sua sono pochi ed anziani… Lui teme che la morte se li porti via prima che abbiano potuto condividere con qualcuno la propria conoscenza e passione. Proprio per questo ultimamente ha avviato nella diocesi di Ngong una scuola annuale di formazione al lavoro tra Masai e altri nomadi; e, nella speranza di coinvolgere un’associazione “particolare” come la nostra, si è detto disposto a venire a stare con noi un paio di mesi per un corso intensivo del genere. Vedremo tra un paio d’anni, quando programmeremo.
Per ora riflettiamo sul suo messaggio, cercando di non cadere in romanticismi e senza dimenticare che anche lui usa denaro, aerei e computer (se volete contattarlo, ecco il suo indirizzo: hans©stoks.nl). Siamo grati a Dio per avercelo fatto incontrare proprio mentre stiamo avviando due iniziative che sembrano andare in altra direzione: dal 29 marzo abbiamo aperto il “Kolbe Computers Centre” ed il 31 abbiamo ottenuto la registrazione di una società per lo sviluppo economico della popolazione africana (controllata dalla diocesi e senza dividendi). Avremo modo di parlarne appena sarà avviata.
Oggi invece immergiamoci nel mistero pasquale del Cristo morto, sepolto e risorto per donare a tutti i popoli della terra la sua pace, che auguro anche a voi, solidali con noi e con i nostri bambini e giovani, che vi ricordano sempre con riconoscenza
fr. Riccardo Maria
DALLE NOSTRE COSTITUZIONI:
0.0.1. Gesù, unigenito Figlio di Dio, venne sulla terra per salvare ogni tribù umana e farsi compagno di ciascuno nel viaggio della vita.
0.0.2. Venne ad illuminare la cultura trasmessaci dagli antenati in modo che possiamo riconoscere come è rivolta a lui, nuovo Adamo.
0.0.3.
Venne a raccoglierci di nuovo per mezzo del suo Spirito d’amore, che fa di noi
la famiglia di Dio Padre, la fraternità dei suoi minori che hanno vinto paura
ed odio tra di loro, copia della santa Trinità, comunione perfetta nella
diversità delle persone, in cui tutte le lingue si uniscano per annunciare le
meraviglie che Dio Onnipotente ha operato per noi.