Circolari N 9 |
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«Senza di me
non potete far nulla»
(Giovanni
15,5)
Morogoro, 31-3-2001
Carissimi,
cercando di recuperare un po’ del ritardo della precedente, eccomi a voi con questa lettera quaresimale (che penso vi arriverà dopo Pasqua: pazienza!).
La volta scorsa vi parlavo delle molte attività di vario genere che cerchiamo di portare avanti da queste parti. Oggi ho messo in capo alla presente una delle frasi più forti pronunciate da Gesù, forte perché vera, forte perché esigente. Richiede la cosa più basilare perché la vita non finisca in fallimento, cioè l’umiltà. Una virtù non solo trascurata in questo mondo, ma persino disprezzata. Le conseguenze sono evidenti: basta rivisitare la storia del XX secolo per riconoscere dove porta inevitabilmente l’orgoglio umano con la presunzione di migliorare la razza, la società o la qualità della vita (secondo le varie prospettive), a prescindere da Dio e dall’unico Salvatore, Gesù Cristo.
Quante torri di Babele e quanti schiavi addetti alla loro costruzione! Quante vittime immolate ai vari dei che hanno preso il posto del vero Dio! E tutto per non accettare la verità del nostro essere «nulla» (cioè povere creature che perdurano attimo per attimo solo grazie al dono del Creatore) e del nostro essere «peccato» (cioè ereditariamente e volontariamente cattivi, se non rinasciamo dalla Spirito Santo).
Nella storia della Chiesa, poi, il secolo appena trascorso sarà ricordato per la conversione dell’Africa e la contemporanea apostasia dell’Europa. C’è da stupirsene? Ogni seme per attecchire e ogni pianta per sviluppare ha bisogno di condizioni vitali. Il cristianesimo ha bisogno, appunto, dell’umiltà e della semplicità. Se poi oltre ad esse manca anche la generosità e la purezza, è la fine. Ci si riduce a sterili critiche degli uomini di Chiesa, poi delle strutture e infine delle dottrine rivelateci da Dio. Restano le ceneri. Da cui ripartire, come per questa Quaresima.
Proprio pochi giorni prima di intraprendere l’itinerario spirituale verso la Pasqua, abbiamo avuto di nuovo tra noi il carissimo arcivescovo di Catania con una ventina di sacerdoti al seguito, tutti diretti alla parrocchia di Migoli in diocesi d’Iringa, dove sorsero le nostre comunità francescane. L’ultimo giorno della loro permanenza là, mons. Bommarito ha benedetto la nuova chiesa d’Izazi, proprio il villaggio dove ho vissuto dieci anni di cui ringrazio Dio.
Qui a Morogoro invece ha benedetto i locali della nostra scuola, che abbiamo «battezzata»: Centro Educativo Santa Elisabetta. Per i molti che non la conoscono, fu contemporanea di san Francesco e sua seguace (pur senza incontrarlo): figlia del re d’Ungheria, sposa del duca di Turingia (Germania), madre di tre figli, trovò modo di prodigarsi personalmente al servizio di poveri e lebbrosi. Rimasta poi vedova e cacciata dal castello, poté finalmente abbracciare l’altissima povertà, chiedendo l’elemosina di porta in porta. Morì a soli 24 anni ed è patrona del Terzo Ordine Francescano (di cui noi siamo parte). Il suo direttore spirituale testimoniò in uno scritto al Papa: «Affermo davanti a Dio che raramente ho visto una donna così contemplativa come Elisabetta, che pure era dedita a molte attività». Pensiamo che costituirà un buon modello di giovinezza per le studentesse e gli studenti del nostro Centro.
Molto realisticamente l’arcivescovo ha citato loro le parole di Dumas: «Aprite scuole e chiuderete carceri». Certo, si tratta di trasmettere non solo nozioni (specie se sballate come quelle di certi programmi scolastici materialistici), ma valori. Perciò un sabato, invece delle lezioni, hanno partecipato ad una giornata «per la vita» (organizzata dall’omonimo movimento) restandone entusiasti.
Ma tornando al punto di partenza, cosa può fare l’impegno educativo se non è sostenuto dalla preghiera? Cosa possiamo fare noi senza di Lui? Ritorna la sua risposta , che forse per alcuni è amara esperienza: «niente». Speriamo di saper apprendere da Santa Elisabetta e da tutti gli altri santi questa gran lezione, di un profondo rapporto con Dio (che non è solo un nome o un’ideologia) anche nella molteplicità degli impegni.
A sostegno di quest’impresa, le nostre comunità pongono oltre quattro ore giornaliere di preghiera. Come ho già avuto modo di scrivere, c’è la Messa quotidiana, che è la partecipazione alla morte e alla resurrezione di Gesù e alla mensa della sua Parola e del suo Corpo e Sangue, c’è il canto della liturgia delle Ore (anch’essa a base di Parola di Dio), c’è il rosario per approfondire con Maria i misteri del suo Figlio, c’è l’orazione silenziosa dove ognuno è a cuore a cuore con Dio... Forme varie, sperimentate da secoli, sicuramente valide per il terzo millennio ed oltre. È stando a lungo con Gesù che si va al Padre, si conosce la verità (anche su noi stessi) e si riceve in dono la vita (quella vera, di qualità... divina).
Lasciate che inviti anche voi a provare con nuovo impegno questa cura necessaria ai malanni del nostro tempo. Sapientemente il Papa ha indicato questa priorità alla Chiesa di oggi. Senza di essa, tutti i progetti sono destinati a fallire, uno dopo l’altro, inesorabilmente. Per questo motivo ogni notte, poco dopo l’una, le nostre cinque comunità si ritrovano nelle rispettive piccole cappelle con il buon Gesù per segnarsi le labbra con la sua croce e invocare l’aiuto necessario per pregare: «Signore, apri le mie labbra; e la mia bocca proclami la tua lode!». Sì, dobbiamo chiedere il dono della preghiera! Perché essa non è tanto nostro sforzo, quanto opera dello Spirito Santo in noi. C’è un lungo cammino da fare per lasciarlo operare come vuole, senza opporgli resistenza né creargli ostacoli. Ma con voi non mi dilungherò su questo, come faccio invece con i giovani nei corsi di «vita spirituale»... mi basta invitarvi a provare e riprovare. Il resto lo farà lui, se sarete semplici, umili e puri di cuore.
E così troverete la sua pace, dono di Gesù morto, sepolto e risorto che celebriamo nel Triduo pasquale ogni anno.
Con affetto,
fr. Riccardo Maria
DALLE COSTITUZIONI:
9.2. PREGHIERA ED APOSTOLATO
9.2.1. La preghiera sosteneva Gesù sempre, nell’apostolato e nelle sofferenze; è Lui il modello dell’unità necessaria nella vita per unirsi al Padre e compiere tanto.
9.2.2. Poiché l’amore è uno solo, il fissare lo sguardo sul Signore non diminuisca i nostri sforzi in favore degli esseri umani che ne sono l’immagine, anzi conoscere Dio in profondità e accogliere il suo amore ci spinga a far partecipi gli altri di queste esperienze che costituiscono la nostra unica ricchezza e la fonte di gioia che non possono toglierci.
9.2.3. Impegniamoci ad essere gente di preghiera che è valida nella missionarietà e missionari validi nella preghiera, garantendo il tempo per parlare con Dio in nome delle persone, e usando bene il tempo per provvedere alle persone in nome di Dio.
9.2.4. Questa buona dosatura permetterà ai nostri sforzi nella preghiera e nella penitenza di purificare e promuovere l’apostolato anche se durissimo; allora l’apostolato apporterà alla preghiera forze nuove; se non avviene così vuol dire che ci siamo impantanati spiritualmente ed apostolicamente.
9.2.5. Di volta in volta ritorniamo nella preghiera da colui che ci ha inviati per esaminare con lui il nostro lavoro, ricordandoci che siamo suoi strumenti d’argilla, e ringraziandolo per ciò che opera per nostro mezzo.