Circolari N 3

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«Mi ha consacrato con l’unzione...

per rimettere in libertà gli oppressi

e predicare un anno di grazia del Signore»

(Luca, 4, 18-19)

Morogoro, 29-2-2000

Carissimi,

               l’altro ieri sono rientrato da un pellegrinaggio giubilare. Meta il santuario nazionale di Bagamoyo, a 190 Km. da qua. Non vi è avvenuta nessuna apparizione dal cielo, né vi si trovano appesi tanti ex-voto per grazie ricevute. Ma è difficile trovare un luogo che dica tanto ad un cattolico tanzaniano. E ognuno degli 8.000 visitatori annuali del museo parrocchiale, di qualsiasi fede e opinione, lingua e cultura, resta toccato nel più intimo della propria umanità.

Diciamo «il cuore». Proprio di esso parla il nome della località («Getta il cuore via»), in riferimento all’essere stato punto di arrivo delle carovane di negrieri dall’interno del paese e dal Congo, che tra le merci trascinavano in catene esseri umani di ogni età e sesso per venderli come schiavi. Se molti erano già morti (uccisi) per strada, chi arrivava a Bagamoyo doveva rinunciare per sempre alla speranza di rivedere i suoi e di vivere libero. Veniva «spedito» (è il termine giusto) nelle isole oceaniche, od oltre, per arricchire di più i già ricchi. Non meno di un milione di schiavi, fino all’inizio del XX secolo, «esportati» da questa terra.

Se chi deportava era in genere arabo, non dimentichiamo che chi comprava e sfruttava era spesso europeo. La ricchezza degli USA. ad esempio,  quanto deve al lavoro «da negri» della nostra gente? Ma guai a parlare di riparazione! Clinton due anni fa venne in Africa ma rifiutò assolutamente di chiedere perdono a nome del proprio paese. Senza dire che la tratta degli schiavi continua, non lontano da qui, in pieno duemila. Nel Sudan musulmano, ma appoggiato dalla Francia (area euro), un’associazione di volontariato ha negli ultimi anni acquistato e liberato 15.000 schiavi provenienti dal sud e dall’Uganda; se vi interessa il prezzo, è di 50 dollari a testa (100.000 lire). Ma quanti hanno perso definitivamente la propria dignità di persona? Sono tuttora esposti ad ogni umiliazione, senza che i potenti perdano il sonno per questo. Guai a chi non sa essere un «vincente» nella competizione globale!

Ma in questo mondo, per questa gente, è venuto il Figlio di Dio come redentore, dando la propria vita in riscatto. è quanto ci ricorda il Giubileo, specie a Bagamoyo. Il cristianesimo fece una prima comparsa in questo paese all’epoca dei grandi viaggi di scoperta, all’ombra delle roccaforti portoghesi lungo la costa dell’Africa orientale (1498-1698). Dopo il ritorno del predominio arabo islamico, nel 1863, i missionari dello Spirito Santo riuscirono ad entrare nell’isola di Zanzibar (sede del Sultano) e cominciarono a redimere gli schiavi raccogliendoli a vivere insieme. Quando lo spazio non gli bastò più, nel 1868 scelsero Bagamoyo (sulla costa del continente) per trasferirvi decine di liberti. è il nuovo inizio del cattolicesimo in questo paese, ora giunto ad oltre 8 milioni di fedeli. è uno dei prodigi missionari (a detta degli storici).

A Bagamoyo, oltre ai ricordi dell’indegno commercio, si può vedere dove fu innalzata la prima croce, dove fu celebrata la prima Messa, dove fu costruita la prima chiesetta (circa 3 m. x 3), e poi le prime costruzioni della missione. Anche un baobab piantato quell’anno e ora largo 12 metri alla base.

La spiaggia, soggetta alle maree, è quasi come allora: sabbia, palme e qualche rustica barca a vela in riparazione. Altre sono in mare, per la pesca; è facile immaginare come una di loro trasportò i primi due missionari, già avanti negli anni, e poi gli ex-schiavi. Un arrivo molto diverso dal nostro, atterrati in poche ore in un aeroporto internazionale circondato da strade asfaltate. Un altro mondo, si direbbe. Ma l’uomo è sempre lui, in fondo, col suo mistero bisognoso di soluzione. Dopo i primi missionari, altri ne seguirono, uomini e donne nel nome di Cristo, dicendosi: «Salpare i mari, salvare un’anima e morire».

Il cimitero locale è testimonianza di questa fede e di questo amore; attorno alla croce, file di tombe di missionari da una parte e di missionarie dall’altra, circondate da quelle della loro gente. Nel 1877 già dodici spiritani erano morti, età media 25 anni. Nei dieci anni seguenti sbarcarono in Tanzania anche i Padri Bianchi: 23 ne morirono entro tre mesi. A quell’epoca la malaria era inguaribile. Ma non fermava l’ardore missionario.

 Nel 1870 era aperto il primo seminario, nel 1875 il primo religioso locale emetteva i voti, nel 1917 erano ordinati i primi 4 sacerdoti (nel nordovest), nel 1952 il primo vescovo che poi nel 1960 divenne il primo cardinale nero della Chiesa intera.

A Bagamoyo si era formato un villaggio cristiano di ex-schiavi. Ma presto si vide che l’evangelizzazione doveva estendersi a tutti gli abitanti; così nel 1877 si aprì la prima missione nell’interno, a Mhonda (undici giorni di viaggio, allora) e dopo 5 anni un’altra a Morogoro, dove più tardi si trasferì la sede diocesana, mentre altre circoscrizioni ecclesiastiche furono ritagliate nell’immenso territorio iniziale.

 

Sono andato con la scusa di accompagnare una trentina di suore locali. ma in realtà è stato anche un sopralluogo e un esame di percorso, poiché da tempo vado pensando di organizzare un pellegrinaggio a piedi. Ciò non toglie che già questa volta si sia fatto sul serio: abbiamo adorato l’Eucaristia tutta la notte (salvo addormentarsi un po’ in chiesa) pensando alle origini della Chiesa in Tanzania e pregando per il suo presente e il suo futuro.

Tra parentesi vi dirò che durante la settimana sono stato eletto presidente della neonata associazione diocesana dei religiosi e delle religiose, con annesso biglietto di ingresso nel consiglio presbiterale, nel consiglio pastorale e nel sinodo diocesano. Vedrò cosa potrò fare...

Il 2 febbraio, festa della Presentazione di Gesù al Tempio e della vita consacrata, la cattedrale era quasi piena di religiosi per il nostro giubileo : in verità in diocesi ce ne sono relativamente molti (oltre 600, tra uomini e donne: africani, europei, asiatici ed americani) e continuano ad aumentare rapidamente data la centralità di Morogoro e la possibilità di compiervi gli studi  (Istituto di filosofia e teologia, due seminari minori, secondarie per suore, etc.). A parte questo impegno, la testimonianza di vita - che è ancora più essenziale - sembra poco incisiva. Avendo avuto l’incarico di predicare in detta occasione, ho sottolineato il nostro dovere di amare Gesù casto, povero ed obbediente e di farlo apparire vivo nel mondo d’oggi con il suo stesso stile di vita. Noi siamo coloro che abbiamo avuto l’onore di fare entrare nel nuovo millennio la vita consacrata in castità, povertà e obbedienza. Come sapete, la mia priorità è proprio questa: formare le nuove leve che continueranno a vivere questo triplice aspetto del Gesù storico.

Piccole notizie al riguardo: a Kiroka la comunità maschile si è trasferita nelle quattro stanze costruite nella campagna superiore, lasciando alle sorelle le cinque stanze della campagna inferiore, a 5 minuti di distanza in rapida pendenza. Il primo locale costruito da noi nel villaggio è così rimasto ora disponibile alla sua destinazione originale: aprire un asilo infantile. Prima che lo decidessimo, i musulmani ne avevano parlato tra loro in moschea, accordandosi per mandarci i loro bambini. Motivo in più per non rinviare a domani quello che possiamo fare oggi. Il parroco (che risiede in città) oltre ad approvare, ci ha prospettato il problema dei sempre più numerosi ragazzi che non entrano alle elementari perché la famiglia non riesce a pagare tasse, uniforme, quaderni, collette etc. L’ho assicurato che abbiamo pensato anche a loro, perché possano almeno imparare a leggere, scrivere e far di conto.

 

L’avventura giudiziaria conseguente al furto di cui vi parlavo l’ultima volta non si è ancora conclusa, nonostante l’evidenza dei fatti. I nostri testimoni sono dovuti andare varie volte in tribunale solo per sentirsi indicare l’aggiornamento del processo. Speravano di avere dal derubato o da noi qualche bustarella per giungere rapidamente al giudizio e così ridurre il disturbo, ma infine hanno visto che non cediamo.

 Più dura la battaglia per avere tre pezzetti di terra; dopo anni di insistenza, andando (io, ma soprattutto Alex e Daudi) centinaia di volte negli uffici regionali e comunali, finalmente l’abbiamo spuntata. Le loro pareti sono adornate di cartelli: «Non dare bustarelle. La terra è un tuo diritto». Ma è come se dicessero: «Senza bustarelle non otterrai la terra di cui hai bisogno per costruirti la casa». Noi e pochissimi altri ci siamo impuntati, ma ciò richiede che uno rinunci a lavorare per anni, occupandosi solo di fare inutili file agli uffici, facendosi deridere come ingenuo, se non maltrattare. Quel che è peggio è in ospedale dove si può morire senza assistenza per mancanza di bustarella. Senza una ripresa morale, senza una motivazione religiosa, non c’è da aspettarsi di meglio. Il materialismo pratico dà questi frutti; e in Italia?

 

Spezzare le catene di ogni tipo, liberare l’uomo dalle sue molteplici schiavitù (culturali, morali, economiche...), comunicargli la gioia della verità, la buona notizia dell’amore, ecco un compito appassionante qua e da voi. Ma per compierlo occorre l’aiuto di Dio, la sua forza, la sua pace.  È ciò che vi auguro per realizzare il grande giubileo.

 

                                                        fr. Riccardo Maria

 

 

DALLE COSTITUZIONI :

9.6. PROGRAMMAZIONE ECCLESIALE

 

9.6.1. Con lo stesso cuore di Gesù e della madre Chiesa nel                                 volere che la salvezza arrivi ad ogni persona, stiamo attenti a non essere soverchiati dalle nostre strutture e fagocitati da quelle delle diocesi, ma essere pronti ad andare ovunque nel mondo affinché la folla di gente stanca come pecore senza pastore riconosca di nuovo la misericordia di Gesù.

9.6.2. Chiediamo a quelli che regolano l’attività missionaria della Chiesa soprattutto ad occupare posti difficili, tra i poveri del nostro continente o di origine africana, i più dimenticati o costretti a lasciare il proprio paese, perché li aiutiamo come meglio possiamo fino a quando otterranno la cura pastorale ordinaria.

9.6.3. Stimoliamo un cuore missionario anche nelle giovani Chiese, e partecipiamo pienamente nella preparazione e attuazione dei programmi del vescovo e del parroco, nel modo che si confà a noi fratelli e sorelle minori, senza pretendere ricompensa e in buona collaborazione con gli altri fedeli, occupando il nostro posto particolare ed aiutandoli ad occupare bene il loro.

9.6.4. Nella convenzione che dobbiamo fare con l’Ordinario di ogni diocesi in cui andiamo a vivere, si tenga bene conto che qualsiasi servizio da dare deve corrispondere al carisma particolare a noi riconosciuto, poiché la prosperità della Chiesa dipende soprattutto da quei doni diversi che lo Spirito distribuisce ai fedeli, e che questi ricevono e condividono con tutto il cuore.